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sabato 27 aprile 2013

Il Tempio di Giove a Bidonì




Il sito archeologico di Bidonì

Il Tempio di Giove, un'occasione persa

La Provincia di Oristano annovera una concentrazione di siti archeologici di prima importanza, come il porto di Tharros e le terme di Fordongianus. La romanizzazione del territorio ha lasciato tracce indelebili, che ancor oggi si impongono all'attenzione di tutti nella loro maestosità. Si aggiungano i siti archeologici pre-romani, come il nuraghe Losa o il pozzo sacro di Santa Cristina. Con il mare, le risorse enogastronomiche e il folklore (Sartiglia, Ardia, etc.) e con un adeguato sistema di trasporti, il patrimonio archeologico locale potrebbe divenire il polo di attrazione di un'offerta turistica di qualità.

Un esempio significativo è il tempio romano di Bidonì. Nei pressi dell'Omodeo, sulle pendici del Monte Onnarìu, la Romanità ci ha lasciato questo splendido esempio di architettura religiosa, probabilmente risalente al I secolo a.C.

L'iscrizione "Iovis" sull'altare testimonia che il tempio era dedicato a Giove, forse associato nella devozione popolare a preesistenti divinità locali.

L'area, scoperta nel 1996 da Armando Saba di Allai e già studiata da Raimondo Zucca, è ancora oggi chiusa al pubblico. La riapertura del sito potrebbe contribuire alla riscoperta di un momento storico, quello dell'incontro tra Romano-Italici e popolazioni autoctone, che è all'origine dell'identità etnica e culturale del territorio. In più potrebbe favorire lo sviluppo di una collaterale offerta alberghiera, enogastronomica e artigianale. In un momento di crisi come quello attuale, la valorizzazione del tempio romano di Bidonì è un'opportunità che le autorità statali e locali competenti devono assolutamente cogliere per il rilancio culturale, economico e sociale dell'alto Oristanese.

Articolo di Luca Cancelliere

Fonte: L'Unione Sarda", 21/04/2012

lunedì 8 ottobre 2012

Convegno “700-1100 d.C. Storia, archeologia e arte nei ‘secoli bui’ del Mediterraneo".



Il convegno “700-1100 d.C.: storia, archeologia e arte nei ‘secoli bui’ del Mediterraneo". Dalle fonti scritte, archeologiche ed artistiche alla ricostruzione della vicenda storica: la Sardegna laboratorio di esperienze culturali.”, che si svolgerà a Cagliari presso la Cittadella dei Musei, nell’aula “Roberto Coroneo”, tra il 17 e 19 Ottobre 2012, rappresenta il momento conclusivo dell’omonimo progetto di ricerca promosso dall’Università di Cagliari con la collaborazione dell’Università di Sassari e della Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Cagliari e Oristano.
Il progetto, finanziato nell’ambito della Legge Regionale 7 agosto 2007, n. 7: “Promozione della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica in Sardegna”, si proponeva di fare luce sul periodo storico compreso tra il secolo VIII e gli inizi del XII d.C. attraverso l’analisi di fonti archivistiche, archeologiche ed artistiche.
Il periodo storico trattato, a discapito della carenza di informazioni lamentata dagli studiosi, è di grande importanza per la storia dell’Europa e del Mediterraneo: si affacciano nuovi protagonisti che modificano gli equilibri politici ed economici. Nell’XI secolo i documenti attestano per la Sardegna il compimento di un nuovo assetto istituzionale, quello della quadripartizione in giudicati, rispetto al quale la mancanza di sufficienti informazioni storiche ha fatto proliferare varie ipotesi, qualche volta fantasiose.
Nei 44 interventi in programma si affronteranno i problemi storici relativi sia al ruolo della Sardegna nell’impero bizantino, sia al rapporto dell’isola con il Papato, con gli ordini monastici emergenti, l’Europa carolingia e il mondo islamico. Si darà conto inoltre dei recenti studi sui centri urbani e delle sedi del potere giudicale, ma anche dell’assetto del territorio e degli indicatori cronologici e socio-economici della cultura materiale, per giungere infine alla sfera ecclesiastica, nel tentativo di inquadrare storicamente la chiesa sarda e conoscerne infine l’architettura delle chiese, i monasteri e il culto dei santi.

Questo il programma del convegno:

MERCOLEDI 17 OTTOBRE 2012

Ore 10
Saluti delle Autorità
G. MELIS, Rettore dell’Università degli Studi di Cagliari.
M. ZEDDA, Sindaco di Cagliari.
E. PUGGIONI, Assessore alla Cultura del Comune di Cagliari.
S. MILIA, Assessore alla Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacoli e Sport della Regione Autonoma della Sardegna.
R. SERRA, Direttore del Servizio Beni Culturali della Regione Autonoma della Sardegna.
G. PAULIS, Preside della Facoltà di Studi Umanistici.
F. ATZENI, Direttore del Dipartimento di Storia, Beni Culturali e Territorio.

M.E. MINOJA, Soprintendente per i Beni Archeologici delle province di Cagliari e Oristano e delle province di Sassari e Nuoro, Ruolo e attività delle Soprintendenze in un progetto di ricerca.

Il progetto
1. R. MARTORELLI, I “secoli bui” della Sardegna: problematiche, metodi e filoni d’indagine da una storiografia consolidata e aspettative dal nuovo progetto.

Ore 15
Il ruolo della Sardegna nell’impero bizantino: aspetti e problemi

1. O. SCHENA, Aspetti e problemi storici della Sardegna nel Mediterraneo bizantino fra VIII e XI secolo.
2. M. ORRÙ, Teofilatto d'Acrida, gli errori dei Latini e la Sardegna.
3. L. GALLINARI, Aspetti e problemi delle fonti arabe relative alla Sardegna.
4. G. SERRELI, Il passaggio all'età giudicale: il caso di Càlari
5. C. TASCA, I documenti giudicali negli archivi italiani e stranieri.
6. M. GARAU, I documenti giudicali conservati in Sardegna.
7. D. MUREDDU, M. G. MESSINA, La ricerca storica: l’apporto del materiale degli archivi moderni alla conoscenza del periodo.
8. M. G. ARRU, S. DORE, La ricerca storica: l’apporto della ricerca bibliografica e dell'analisi del materiale degli archivi moderni alla conoscenza del periodo.

Dibattito


GIOVEDI 18 OTTOBRE 2012

Ore 9
Vita e morte dei centri urbani fra ‘700 e 1100: fine della città tardoantica?

1. E. ZANINI, L'VIII secolo a Gortina di Creta e qualche idea sulla fine della città antica nel Mediterraneo.
2. R. MARTORELLI, D. MUREDDU, Cagliari: persistenze e spostamenti del centro abitato fra VIII e XI secolo.
3. P.G. SPANU, R. ZUCCA, Le città della Sardegna centro-occidentale fra VIII e XI secolo.
4. J. BONETTO, A.R. GHIOTTO, Nora: il "silenzio" archeologico post V-VI secolo in alcuni quartieri. Contributi delle "assenze" alla vita e morte delle città.
5. C. TRONCHETTI, A.M. COLAVITTI, L'area occidentale di Nora. Uso/non uso dello spazio e trasformazioni fra VIII e XI secolo.
6. D. ROVINA, L. BICCONE, La villa di Thatari fra X e XI secolo.
7. L. BICCONE, A. VECCIU, Bosa tardo bizantina e giudicale: nuove riflessioni sulla base dell'evidenza ceramica.
8. R. D’ORIANO, G. PIETRA, Olbia dal collasso della città romana al Giudicato di Gallura: punti fermi e problemi aperti.
9. M. CADINU, Elementi di derivazione islamica nell'architettura e nell'urbanistica della Sardegna medievale.

Dibattito

Ore 15
All’origine delle sedi del potere giudicale

1. B. FADDA, I luoghi di redazione dei documenti giudicali: ville ecastelli.
2. L. MURA, L. SORO, I luoghi giudicali: dai documenti alle testimonianze archeologiche.
3. F. G. R. CAMPUS, L. BICCONE, Il palazzo o il castello di Ardara tra fonti scritte e primi dati archeologici.
4. D. DETTORI, La domo giudicale di Thergu IX-XI secolo. Organizzazione, evoluzione e dati di vita quotidiana.
5. F. PINNA, Le sedi del potere nel giudicato di Gallura: alcune riflessioni.

L’assetto del territorio

6. P. G. SPANU, P. FOIS, Gli insediamenti rurali della Sardegna altomedievale.
7. D. ARTIZZU, Ambiente e agricoltura in Sardegna fra la fine del VII secolo e le prime incursioni arabe.
8. E. GARAU, Da Nora a Neapolis. L'organizzazione del territorio dalla tarda antichità.
9. D. SALVI, A. L. SANNA, Frequentazioni altomedievali nel Barigadu: il templum Iovis di Bidonì.
10. E. TRUDU, Il territorio della Sardegna centro-orientale: la continuità di frequentazione dall’età romana sino all’VIII-IX secolo.
11. F. SANNA, Cultura artistica rupestre di età bizantina nel nord Sardegna: i casi diOschiri e Mores.
12. M. MILANESE, Insediamenti rurali nei secoli centrali del Medioevo nella Sardegna nord-occidentale. Il contributo della ceramica Forum Ware.

Dibattito

Cena sociale

VENERDI 19 OTTOBRE 2012

Ore 9
Indicatori cronologici e socio-economici dalla cultura materiale

1. F. PINNA, Indicatori cronologici e socio-economici per la storia del Sardegna tra VIII e XI secolo: aspetti e problemi.
2. S. MARINI, La ceramica da fuoco in Sardegna tra VIII e XI secolo.
3. E. SANNA, I contenitori da trasporto in Sardegna tra VIII e XI secolo: dati e problemi.
4. D. CORDA, La ceramica dipinta in Sardegna: attestazioni e problemi cronologici.
5. M. MURESU, I reperti metallici in Sardegna tra VIII e XI secolo: problematiche e prospettive di ricerca.
6. I. SANNA, L. SORO, Nel mare della Sardegna centro meridionale tra 700 e 1100 d.C., un contributo dalla ricerca archeologica subacquea.
7. D. ANEDDA, C. NONNE, Tecniche costruttive altomedievali in Sardegna.

Dibattito

Ore 15
La sfera ecclesiastica: Chiesa Romana, Bizantina o Sarda? L’architettura delle chiese, i monasteri, il culto dei santi

1. M. VIDILI, Per una mappa ecclesiastica della Sardegna dal V all’XI secolo.
2. D. SALVI, P. FOIS, San Saturnino: un luogo di culto fra cristiani e musulmani nel IX-X secolo?
3. E. CURRELI, Riflessi iconografici della religiosità: status quaestionis sulla pittura in Sardegna fra VIII e XI secolo
4. N. USAI, La decorazione pittorica della cripta di San Lussorio a Fordongianus.
5. G. MELE, Ancora sul codice visigotico 'veronensis' LXXXIX. Questioni storiografiche su liturgia e canti nella Sardegna alto-medioevale.
6. A. PALA, Il bisso sardo nei paramenti pontificali di Leone IV (847-855).

Dibattito

Ore 17.15
Tavola Rotonda: un bilancio del Convegno

Link dell'evento:

giovedì 4 ottobre 2012

Le Gemme della Sardegna Romana


Interessante mostra ad Alghero sulle gemme intagliata di età romana, presso la Sala Conferenze della Fondazione META, in Piazza Porta Terra 1.

giovedì 15 marzo 2012

Ancora due o tre cosette...

Venerdì 03 Febbraio 2012 11:06

di Giovanni Ugas

Offrendo il mio contributo sulla problematica della resistenza dei Sardi ai Romani, negata da un articolo apparso di recente su un quotidiano, non intendevo aprire un dibattito sulle mie considerazioni,

ma ho apprezzato il fatto che l’argomento abbia suscitato interesse e non mi sono sottratto al dibattito appresso sopraggiunto. Da parte mia ho ritenuto opportuno rispondere ai commenti sulla mia nota ma non è possibile intervenire all’infinito sui commenti dei commenti, specie se non sono prettamente in tema, come quelli sulla scrittura nuragica e su altri argomenti (ad esempio la funzione dei nuraghi), ma sono disponibile, se si vuole, per uno specifico dibattito sulla scrittura e su altre tematiche di archeologia pre-protostorica. Quanto al tema della costante resistenziale ritengo più corretto che la discussione parta da una relazione specifica e che veda l’apporto di qualche esperto di sociologia, etnologia e linguistica oltre che l’archeologia. Riguardo alla discussione in corso, al momento, credo opportuno intervenire solo per alcune precisazioni, poiché mi è stato esplicitamente chiesto.

- Riguardo al bel quesito di Roberto Bolognesi come fosse possibile conciliare le ripetute gravi sconfitte e il gran numero di prigionieri strappati all’isola con la capacità dei Sardi di continuare a resistere contro i Romani, occorre dire che necessariamente le stragi, le catture e i conseguenti trasferimenti di tanti Sardi che portarono al detto Sardi Venales, dovettero provocare un rilevante depauperamento della popolazione delle piane e delle fasce collinari, ma non un completo genocidio. Alla cifra di centomila uomini uccisi o prigionieri, deducibile soprattutto dai dati di Tito Livio, indipendentemente dal fatto che fosse esagerata o no, si contrappone una popolazione ancora consistente, pur di non semplice valutazione.

Nell’Età punica la popolazione autoctona dovette scendere ben sotto il picco di 450-700 mila abitanti raggiunto nell’età del Bronzo recente e finale (1300-900 a.C.), desumibile dal computo di 7.000 nuraghi e circa 2500-3000 villaggi (Ugas, Africa Romana, XII, p.541; in Per una riscoperta della storia locale. La comunità di Decimomannu nella storia, p.160). La stima della popolazione sarda al tempo dell’occupazione cartaginese è di 250-400 mila abitanti. Inoltre va tenuto presente che già a seguito dell’occupazione di Cartagine una parte della popolazione iliese andò a rifugiarsi sulle aree montane, ma d’altra parte si può supporre che al tempo dei conflitto con Roma, Cartagine abbia avuto bisogno dei Sardi ed è verosimile non soltanto che abbia riconosciuto l’indipendenza delle zone interne, ma anche che abbia concesso una notevole autonomia alle altre regioni suddite dell’Isola e migliori condizioni fiscali, favorendo il rientro di una parte notevole dei profughi nelle vecchie residenze. In ogni caso, nel III secolo si riscontra il ritorno della popolazione sarda (con i suoi propri culti), in diversi abitati nuragici delle piane prima abbandonati ed è ovvio pensare che tale rientro sia coinciso soprattutto col periodo in cui l’isola ebbe un pur breve momento di indipendenza, intorno al 217-215 a.C., quando furono coniate le monete sarde con l’effige del toro.

Nell’apogeo dell’Età romana imperiale la popolazione sarda era di nuovo fortemente risalita e doveva aggirarsi intorno ai 400-650 mila abitanti stando ai dati archeologici rilevati nei territori corrispondenti alle quattro curatorie di Gippi, Nuraminis, Decimo e Dolia del Giudicato di Cagliari (Ugas, in La comunità cit. p.161), poiché allora gli abitati erano molto numerosi, quasi pari a quelli d’età nuragica, dunque una stima ben superiore a quella precedente di 150 mila prospettata da P. Meloni (Storia Romana). Per quanto riguarda il periodo degli inizi dell’Età romana repubblicana, quando iniziò la nuova fuga degli Iliesi sulle montagne, la popolazione dell’isola era all’incirca come quella di età punica e dunque doveva aggirarsi intorno ai 250-400 mila abitanti, una cifra sufficiente, nonostante le stragi, per creare azioni di guerriglia contro il contingente militare romano di stanza nell’isola che, in permanenza, doveva essere modesto. Ovviamente Roma con la vastità del suo impero, non poteva lasciare di stanza permanente in Sardegna il grosso delle sue forze. Certo è che in Età romana repubblicana, i popoli isolani di origine tribale autoctona erano ancora in numero consistente.

Ovviamente occorre tener conto dei coloni e di altri gruppi di immigrati trasferiti, all’opposto, nell’isola. Come si sa, i Romani intensificarono l’opera di controllo dei territori sardi occupati trasferendo coloni da altre regioni, come i Patulcenses Campani. Inoltre furono trasferiti grossi contingenti di militari stranieri, come al tempo dell’imperatore Tiberio (19 d. C.) quando furono inviati nell’isola ben 4000 giovani giudei per reprimere “il brigantaggio”, vale a dire per combattere la resistenza se furono impiegati tanti uomini armati. Per converso, i Sardi collaborazionisti a loro volta formavano intere coorti delle legioni romane e ciò è un indizio che essi erano ancora numerosi, benché in situazioni di disagio economico, a causa dei continui prelievi fiscali (decime e altro). In effetti, le notizie letterarie rivelano che nelle piane vi erano Sardi collaborazionisti ma anche acerrimi oppositori di Roma, tanto che Cicerone definiva i Sardi indiscriminatamente pellites o mastrucati con evidente riferimento a tutti e per estensione anche agli abitanti filopunici di origine fenicia, come quelli di Sulci e Nora, che pellites non erano. Non erano ancora integrati del tutto i Gallilenses, stanziati ai margini della Barbagia di Seulo, in conflitto per i confini con i citati Patulcenses come attesta la tabula di Esterzili relativa a un accordo del 69 d. C. ( M. Bonello Lai 1993; R. J. Rowland, Jr 2001). La loro tribù verosimilmente aveva il capoluogo in agro di Esterziili nelle vicinanze dalla monumentale Domu de Orgia di Cuccureddì (Cuccuru Eddìli), il cui nome può ben discendere da Cuccuru (G)ellili, sul colle di Santa Vittoria, a 1200 metri di altitudine, dove gli scavi di Alessandra Saba e della Soprintendenza Archeologica di Sassari e Nuoro stanno mettendo allo scoperto un antico villaggio fortificato di straordinaria rilevanza storica. Gellili di Esterzili ha dunque ha tutta l’apparenza di essere l’antico nome dell’abitato da cui prese origine la tribù nuragica dei Gallilesi e la curatoria medioevale di Gallila. Allora nel I secolo d. C, i rapporti dei Gallilenses con Roma erano già stabilizzati se si fa affidamento sulla città per dirimere la contesa con i Patulcenses.

Di sicuro la libertà doveva pesare notevolmente ai Sardi delle piane e delle colline trasferitisi nei suoli aspri delle montagne barbaricine che non potevano contenere tanta popolazione, richiedendo in primo luogo la loro trasformazione da agricoltori in pastori, cacciatori e razziatori. Occorrerebbero ulteriori e intense azioni di rilevamento e di analisi dei villaggi interni nelle Barbagie per quantificare la popolazione complessiva ivi residente al tempo delle occupazioni di Cartagine e Roma nell’isola , ma è presumibile che a causa della situazione geomorfologica e delle condizioni naturali non sempre favorevoli, il numero degli Iliesi delle piane che scelse la via della libertà non poteva essere molto rilevante in assoluto e pur tuttavia la gente barbaricina era ben organizzata se fu capace di resistere ai cartaginesi prima e ai Romani poi. Quando G. Lilliu parla di una sorta di Riserva indiana, pensa proprio alle condizioni di difficoltà in un territorio aspro, più agevole da difendere, ma anche difficile da tenere a lungo e per un numero consistente di persone. Affinché la resistenza degli Iliesi dell’interno potesse avere successo per lungo tempo in tali difficili condizioni doveva avere l’appoggio non solo morale, ma anche sostanziale dei loro consanguinei Iliesi delle piane, soprattutto quando compivano le razzie, le “bardane “ è da credere nei campi e nelle stalle dei coloni immigrati. Iliesi (e Balari) dell’interno e delle piane avevano la stessa origine e gli uni egli altri sopportavano a malincuore una situazione che Cartagine prima e Roma poi controllavano l’isola grazie alle loro imponenti forze militari più che alle colonie agricole di nuovi immigrati.

Come ho già detto, la persistenza dei culti nuragici documentata in Marmilla segnala una notevole presenza nei centri rurali, sino al II secolo d. C., di Sardi indigeni che resistevano se non altro culturalmente alle proposte romane, nonostante la stessa Roma cercasse di ingraziarseli con il riconoscimento del Sardus pater come divinità locale, avvicinato iconograficamente al Mars romano. La stessa diffusione della lingua latina che, è un fenomeno culturale, non va necessariamente di pari passo con l’asservimento ideologico de Sardi alla politica imperiale di Roma. Se, i centri costieri come Bithia continuavano a usare la lingua punica sino al secondo secolo d. C. eppure erano stati occupati dai romani prima degli altri, gli abitati rurali sardi non necessariamente dovevano essere più solleciti nell’uso della scrittura e della lingua latina. In Sardegna hanno regnato bizantini, pisani, catalani eppure la lingua di queste genti ha avuto un penetrazione relativamente ben più limitata. Il fatto è che le iscrizioni pubbliche romane erano strumenti di dominio e di persuasione politica, accompagnando opere di notevole utilità come le strade e i ponti, e pertanto grazie anche ai coloni e agli esiliati, talora colti, la scrittura e la lingua dei Romani penetrarono profondamente e in modo ben più sistematico di quelle di altri conquistatori giunti nell’isola dopo di loro. Ciò non significa, tuttavia, che tutti i Sardi fossero asserviti e non avessero mantenuto ancora per lungo tempo, come bilingui, la lingua indigena (iliese, balare o corsa che fosse). La stessa questione dell’abitato interno di Sorabile lungo il percorso stradale interno romano da Caralis a Olbia, va considerata con molta prudenza. M. Pittau (1997) propone la derivazione del nome di Sorabile da Serapis, presupponendo un tempio dedicato a questa divinità di origine egizia, ma il fatto che il termine Sorabile sia attestato in questa forma già nell’Itinerarium Antonini, all’inizio del III sec. d. C. rende improbabile una così rapida sua trasformazione e dunque la derivazione di Sorabile da Serapide. Sorabile può essere pertanto il nome indigeno di un insediamento preromano, inserito lungo il percorso dell’importante arteria romana in un periodo di convivenza pacifica tra i Romani e la popolazione iliese arroccata sulle montagne, ma disposta anche a trattare su questioni di grande rilevanza sociale. Una strada, e il ponte sul Gusana costruiti dai Romani, potevano condurre con più rapidità l’esercito nemico sulle montagne dei ribelli iliesi, ma anche in fin dei conti, potevano essere utili e vantaggiosi per le relazioni commerciali di questi ultimi con i centri agricoli rurali e eventualmente per le loro razzie.

-Rispondendo alle osservazioni di “Illiricheddu” (mi spiace di non conoscere diverse persone che hanno portato i loro commenti) debbo rilevare che è ben noto dalla letteratura antica, e non è una mia suggestione, che ancora in età punica e romana esistevano diversi popoli oltre che molte tribù interne. Indubbiamente i Balari, i Corsi e gli Iliesi avevano tutti una loro ben specifica identità e dunque all’origine anche una lingua diversa ed è altrettanto noto che gli Iliesi erano considerati esplicitamente “barbari” dagli scrittori greci e romani, cioè non parlanti né greco, né latino e non di meno lo erano i Balari e i Corsi. Quando sia avvenuta la latinizzazione e in quali modi, al di là di qualche iscrizione latina, non è dato sapere. Come ho detto sopra, ancora nel secondo secolo d.C. nelle città costiere si usava la scrittura (e con essa la lingua) fenicia e pertanto è verosimile che anche i Sardi indigeni abbiano continuato per un certo tempo a parlare il “balare”, il corso e l’iliese e che per un periodo di tempo siano stati bilingui. Purtroppo non conosciamo iscrizioni registrate in una scrittura sarda in età punica e romana e d’altra parte la lingua sarda non appare usata nei documenti pubblici ufficiali registrati in caratteri latini; ciò impedisce di sapere quanto a lungo è persistita la lingua sarda nelle aree soggette ai romani. Per quanto riguarda il momento dell’acquisizione del latino da parte degli Iliesi delle regioni montane (e il momento in cui essi hanno cessato di parlare la loro lingua originaria, che non necessariamente coincide col primo), i linguisti esprimono idee diverse e di certo possono rispondere meglio di me Massimo Pittau, Giulio Paulis, Maurizio Virdis ed Eduardo Blasco Ferrer oltre che gli archeologi, gli storici e gli epigrafisti come Giovanna Sotgiu, Raimondo Zucca, Attilio Mastino, Marcella Bonello, Antonio Corda etc..

Che poi i Balari abbiano a che fare con una popolazione iberica è indicato da varie fonti storiche, linguistiche (tra l’altro Minorca era chiamata Nura) e dai dati dell’archeologia preistorica (diffusione della cultura del vaso campaniforme e degli individui brachicefali, presenza di edifici simili a quelli della prima fase protonuragica). Che certi elementi toponomastici e anche lessicali sardi siano imparentati con la lingua basca è sostenuto da tanti illustri linguisti, al di là del fatto che E. Blasco Ferrer enfatizzi tale fenomeno. Anche se i relitti linguistici di origine basca fossero pochi, non possono essere in ogni caso negati del tutto e occorrerà capire se vanno distinti dai toponimi sardi prelatini connessi con la più diffusa parlata iliese che, a giudicare dai dati archeologici e antropologici aveva una matrice mediterranea sud-orientale ed era dunque imparentata con le altre parlate dei popoli del ramo rosso “camitico” (libio, egizio, cretese e cananeo (pre-semitico), per lo più legati a costumi matrilineari e al culto di una grande Dea e degli antenati in epifania zoomorfa. Finora l’elemento non ben messo a fuoco è proprio quello iliese, eppure i toponimi a base Gon- riferiti a rilievi, diffusi in tutta l’isola (Gonnos, Goni, Gonnesa, Bonnanaro/Gonnanaro e Gono/Bono nel settentrione) ad esclusione di quella occupata dai Corsi ma anche nell’Africa Settentrionale (Gona o Bona, Capo Bon), nella penisola iberica (Goi, Gonimenda) in Creta (Gonossos), nella Grecia (Gonoessa), sono i segnali di un orizzonte mediterraneo su cui occorre volgere lo sguardo con particolare attenzione.

- Riguardo ancora ai quesiti di Illiricheddu, ho fatto riferimento al sirilugum, richiamando Plinio il Vecchio, per evidenziare che il nome dell’antico abitato di Sirilò aveva una origine prelatina. Infatti, riferendosi al muflone, Plinio ricorda l’ophion come appartenente a una specie estinta e lo distingue dal musmo che colloca in Corsica e in Spagna (Nat. 8.199) e lo affianca (XXX,146), credo per la stranezza del nome, al sirulugus (secondo altre lezioni sirilugus, sirugulus, subiugus), chiaramente richiamato dai nomi sardi con prefisso tziri-, tzili- o tili- quali tiligugu, tirigugu, tziricuccu e tzatzaluga, riferiti a piccoli animali, in particolare rettili (geco, gongilo, stellione e altri) come è stato prospettato precedentemente in un commento. Al vocabolo sirulugus e sirilugus si avvicinano i toponimi di Siligogu, nome di un sito con nuraghe in agro di Silanus, e per l’appunto, di Sirilò, che a prima vista derivano il proprio nome da quello del rettile tiligugu, tirigugu o tziricuccu.

Articolo originale:

http://www.gianfrancopintore.net/index.php?option=com_content&view=article&id=397:ancora-due-o-tre-cose-sulla-resistenza-dei-sardi&catid=3:archeologia&Itemid=37

sabato 21 gennaio 2012

La resistenza degli Iliesi: un evento storico che l’archeologia non smentisce

di Giovanni Ugas

La scoperta archeologica di Sirilò: un’interpretazione - L’amica e collega Maria Ausilia Fadda, autrice di tante e importanti indagini archeologiche, ha effettuato un’interessante scoperta nel sito di Sirilò in agro di Orgosolo a oltre 1000 metri di altezza. Si tratta di un abitato persistito dall’età del Bronzo sino ai tempi del dominio romano nell’isola. A giudizio dell’articolista dell’Unione Sarda Piera Serusi, che in data 18 Gennaio 2012 richiama le considerazioni della Fadda, l’interesse del ritrovamento consisterebbe nel fatto che il mito della Barbagia mai domata è infondato e lo proverebbero i manufatti archeologici. Alle stesse conclusioni indurrebbero le suppellettili emerse dagli scavi nell’antico villaggio di Sant’Efis di Orune. Nella sostanza, con parole forti e decise, nell’articolo si afferma “qui finisce la mistica dell’identità. Qui si sgretola il campionario folk della Barbagia isolata e mai conquistata… un mito infondato che è stato ampiamente strumentalizzato e enfatizzato”.Occorre attendere una pubblicazione esaustiva degli scavi per avere un quadro più dettagliato e un’analisi più precisa, soprattutto per quanto attiene le diverse sequenze e i contesti stratigrafici, tuttavia, a giudicare dalle notizie sugli elementi della cultura materiale venuti alla luce in tali siti è possibile trarre già alcune considerazioni che, dico subito e in modo non meno deciso, non sono affatto in linea con quanto sostenuto nell’articolo. Innanzitutto, va premesso che la resistenza dei Sardi ai Cartaginesi a partire dal 510 a.C. e ai Romani dopo il 238 a.C. non nasce dal parto di qualche inguaribile indipendentista moderno ma è ben registrata nella letteratura antica e ad essa, oltre che alla specificità della società “barbaricina”, si rifanno Giovanni Lilliu e tanti storici e antropologi sardi. Penso sia utile richiamare alcune delle numerose testimonianze che attestano come l’isola ancora alla fine del II secolo dopo Cristo non fosse affatto del tutto soggiogata, tralasciando le prime grandi battaglie per l’indipendenza combattute dai Sardi e i trionfi senza fine conseguiti dai consoli romani contro i Sardi per tutto il II sec. a. C., che determinarono, stando alle fonti, non meno di centomila caduti e prigionieri. Qualche testimonianza della letteratura antica sulla resistenza degli Iliesi -Diodoro Siculo (IV, 30) intorno al 60 a.C. Scrive: “In relazione a questa colonia (degli Iolei), avvenne anche un fatto straordinario e singolare: Attraverso un oracolo il Dio disse loro che tutti quelli che avevano preso parte a questa colonia e i loro discendenti, sarebbero rimasti continuamente liberi per l’eternità. La realizzazione di questo fatto in conformità all’oracolo, perdura fino ai nostri giorni”. Al tempo di Diodoro, dunque, una parte delle terre dell’isola era ancora libera. Infatti, Diodoro aggiunge: “Per effetto del lungo tempo ivi trascorso, poiché i barbari che avevano preso parte alla colonia erano superiori come numero, le popolazioni (gli Iolei) avevano finito per imbarbarirsi; esse, trasferitesi nella zona montuosa, si stabilirono nei terreni difficili ed erano solite nutrirsi di latte e carne e allevare molte greggi di bestiame e non avevano bisogno di grano. Si costruirono delle abitazioni sotterranee, svolgendo il loro modo di vita negli anfratti, evitarono il pericolo delle guerre. Perciò prima i Cartaginesi e poi i romani li combatterono spesso, ma fallirono il loro obiettivo”. Il concetto è riaffermato dallo stesso Diodoro Siculo V,15 : “I Tespiadi (i capi tribali Iolei), signori dell’isola per molte generazioni furono alla fine cacciati, si rifugiarono in Italia e si stabilirono (in particolare) nella zona di Cuma; la gente rimasta si imbarbarì ma, scelti come capi i migliori (àristoi), difese la sua libertà fino ai nostri giorni.” Occorre chiarire che Diodoro sosteneva erroneamente l’origine greca degli Iolei, mentre i Romani li chiamavano Iliensesfacendoli discendere da Ilio. In effetti essi vanno riconosciuti in una popolazione indigena, che possiamo definire convenzionalmente Iliesi, stanziata fin dal Neolitico nei territori a Sud del Tirso, a meridione dei Balari e dei Corsi, le altre due grandi popolazioni sarde che si opposero ai Cartaginesi e ai Romani. Tuttavia, lo storico greco della Sicilia che visse nel I sec. a.C. era certo ben informato sui fatti recenti dell’Isolane e, di certo, le lotte intestine per il potere sostenute nello stesso periodo, da circa l’80 al 40 a.C., tra i democratici e gli aristocratici romani dovettero rendere ancor più difficile il controllo delle zone montane e più impervie dell’isola. Il clima delle relazioni tra Roma e i Sardi, era tutt’altro che temperato, come emerge ancora dal giudizio espresso da Cicerone sui Sardi, compresi i filocartaginesi che abitavano le coste. Infatti, nel processo contro Scauro intentato dai Sardi intorno al 54 a. C., Cicerone sostiene sia pure accentuando strumentalmente la sua opinione sui Sardi: “Bisogna convincersi che la realtà dei fatti dimostra che la maggior parte di costoro (i Sardi) è priva di ogni rapporto di amicizia, di alleanza con il nostro popolo. Infatti quale altra provincia, fatta eccezione della Sardegna, non ha almeno una città alleata del popolo romano e libera (cioè con la cittadinanza romana)?”. Occorre riconoscere, invero, che Strabone, attivo tra la fine del I a.C. e gli inizi del I d.C. afferma che “… ( i figli di Iolao) abitarono insieme a Barbari che allora occupavano l’isola… ma poi il dominio passò ai Fenici provenienti da Cartagine , insieme ai quali combatterono contro i Romani. Poi, però, essendo stati costoro sconfitti, tutto passò sotto i Romani”. Va rilevato, al riguardo, che la notizia di Strabone è generica e non si sofferma su dettagli e infatti menziona allo stesso modo il dominio dei Cartaginesi che, ben si sa, non era di certo esteso alle zone interne. Infatti, lo stesso Strabone, in un altro passo, afferma che dalla Sardegna si facevano azioni di pirateria nella zona di Pisa in Toscana, asserendo indirettamente che qualche settore dell’isola, era tutt’altro che pacificato e sotto il controllo politico di Roma.

Che la situazione nell’isola non fosse affatto pacifica ancora nel I secolo d. C., lo afferma Cassio Dione il quale riferendosi agli eventi che si verificarono nel 6 d. C, sotto Augusto, afferma: “Infatti i briganti compivano tanto frequentemente delle scorrerie che per tre anni la Sardegna anziché avere per suo governo un senatore venne affidata a strateghi presi dall’ordine dei cavalieri (scelti dall’imperatore)”. Strabone (V,2,7) aggiunge che “gli strateghi che vi vengono inviati… talvolta rinunciano poiché non è certo vantaggioso mantenere di continuo l’esercito in luoghi insalubri…”. Ovviamente, era mascherata sistematicamente con l’insalubrità del clima l’insicurezza della Sardegna generata dallo stato di ribellione dei Sardi. Un situazione tutt’altro che pacifica è prospettata ancora, sia pure confusamente, oramai nel II secolo d. C. da Pausania ( X, 17,4): “...dunque ai miei giorni in Sardegna vi sono dei luoghi chiamati Iolaei”…. “I Troiani (cioè gli Iliei distinti erroneamente dagli Iolaei-Iliesi) si rifugiarono nei luoghi alti dell’Isola e, avendo occupato le montagne dal difficile accesso ben protette da opere difensive e da precipizi, ancora ai miei tempi conservano il nome di Iliei, per quanto somiglino ai Libii nell’aspetto, nell’armatura ed in ogni loro costume di vita”. Come si può osservare questi dati indicano, e si tratta di testimonianze dirette, che ancora nel II secolo dopo Cristo una parte dell’Isola delle montagne (Barbagie e Ogliastra) abitate dagli Iliesi non era affatto pacificata! Non sappiamo se l’editto di Caracalla del 212 d. C., col quale a tutti i sudditi dell’impero e dunque anche ai Sardi fu riconosciuto il diritto di Cittadinanza romana, riuscì a convincere i Barbaricini a desistere dalla loro lotta. Indubbiamente, va detto che Austis fu una fondazione romana, ma questo non basta per sostenere che le regioni montane del Gennargentu furono soggiogate dai Romani. Infatti, è evidente che, con lo stanziamento di propri coloni in zone nevralgiche, i Romani cercarono di frenare le incursioni e le ribellioni degli Iliesi, ma invano. La stessa cosa avvenne più a Sud con la fondazione della colonia dei Patulcenses Campani nel Gerrei per tenere a freno i Gallilenses sarcidanesi, ai limiti della Barbagia di Seulo. Inoltre, il fatto che Forum Traiani (poiCrysopolis, Fordongianus), il presidio militare dei Romani e poi dei Bizantini, fosse ubicato relativamente lontano dalle montagne del Gennargentu indica indirettamente l’esigenza di tenere ai margini il cuore dei Montes Insani, un territorio che occorreva controllare con prudenza e a una certa distanza ancora in età tardo imperiale e bizantina. In ogni caso, come affermano autorevolmente i linguisti, la lingua latina in Barbagia giunse tardi e attraverso un insegnamento dotto, “scolastico”, e non con una graduale propagazione dalle zone vicine. Non di meno arrivò tardi, solo dopo il VI secolo, il Cristianesimo, a seguito di un’intesa con i bizantini.

Le ragioni dell’archeologia non contrastano con i dati della letteratura - Queste sono le notizie, tutt’altro che mitiche, della letteratura antica. I dati archeologici di Sirilò e di Sant’Efis contrastano con esse? A giudicare dai dati finora noti non mi pare. I ritrovamenti di ceramica punica e greca attica evidenziano un fatto incontestabile: le regioni barbaricine non erano refrattarie alle sollecitazioni culturali provenienti dall’esterno, in primo luogo attraverso le altre contrade dell’isola. Tali manufatti, però, non implicano affatto che il Supramonte fosse stato occupato dai Cartaginesi così come la ceramica e gli altri elementi di cultura greca trovati nelle tombe orientalizzanti dell’Etruria non fanno della Toscana una terra militarmente occupata dai Greci nel VII secolo a.C. Lo stesso discorso vale per gli elementi culturali d’età romana.

Non ci si deve aspettare che in età romana l’interno dell’isola fosse rimasto fermo culturalmente all’età del Bronzo e del I Ferro! Resistenza non è sinonimo di isolamento anche se gli Iliesi continuavano a parlare una lingua “barbara per i Romani” e peraltro, praticando sistematicamente le razzie si impossessavano delle cose degli altri in terre che un tempo essi possedevano. È più che naturale che al tempo delle conquiste cartaginesi e romane nell’isola il quadro culturale fosse mutato e adattato ai nuovi tempi. Invero, non mi pare che esista al momento alcuna prova archeologica che nel I e II secolo d. C. la resistenza barbaricina degli Iliesi fosse stata domata e che politicamente il Supramonte fosse governato dai Romani. Non mi pare che siano stati trovati elementi probanti come ad esempio qualche iscrizione latina relativa alla fondazione di un municipium o di un tempio dedicato al culto imperiale. Né si possiede alcuna prova, per questo periodo, dell’introduzione della lingua latina nel cuore della Barbagia e certo nessun insediamento delle Barbagie porta un nome di origine romana. Sirilò (che ricorda lo zoonimo Sirilugum di Plinio il Vecchio) non è certo un vocabolo latino e Sant’Efis è un nome cristiano. In conclusione non emergono ragioni plausibili per sostenere che gli storici greci e romani non si fossero accorti che le resistenza sarda era una pura invenzione dei consoli e degli strateghi di Roma!

Fino a che mancheranno inoppugnabili sostegni probatori è più che lecito continuare ad affermare che fu un fatto storico, e non un mito, la resistenza dei Sardi nelle grotte (Tiscali ne è un esempio!) e nei luoghi fortificati (ancora da scoprire) ubicati sulle montagne nel cuore delle Barbagie.

lunedì 13 dicembre 2010

Turris, eterno cantiere con il mosaico di Orfeo sepolto sotto la sabbia


Le Pompei sarde. I siti archeologici dell'isola e i pericoli di degrado: il viaggio comincia dall'antica Porto Torres.Gli antichi decumani di Nora sono lastricati di buone intenzioni. Perché a parole tutti si preoccupano per lo stato in cui versa la "Pompei sarda". Intanto il tempio di Esculapio è ancora appoggiato nel vuoto. E il promontorio che si stende alla fine della Strada Trionfale continua a franare. Un po' più a ovest, il sindaco di Sant'Antioco Mario Corongiu è furibondo con il governo. "Senza i fondi per le opere di consolidamento - tuona - la necropoli non può essere visitata". Ma se Sulki piange, Tharros non ride. E così Porto Torres con i suoi tesori.
Nell'antica Turris Libisonis il ponte romano che scavalca il Rio Mannu sin dai tempi di Augusto e Tiberio ne ha visto davvero di tutti i colori. Lungo 135 metri e poggiato su sette arcate decrescenti, fu costruito per collegare il municipio di Karales con il porto dell'importante colonia del nord Sardegna, seguendo grosso modo il tracciato dell'odierna statale Carlo Felice. Nonostante lo scorrere dei millenni ha retto orgogliosamente all'indifferenza di chi sino a pochi anni fa, dopo aver cosparso di asfalto il basamento originale in trachite, lo utilizzava addirittura come passaggio per i mezzi pesanti diretti alla zona industriale di Fiume Santo.
Ora, grazie a un progetto del 2009 finanziato in parte con i fondi del Comune e in parte con soldi dell'Unione europea, sta lentamente tornando allo splendore voluto degli antichi architetti. Ma rarissimi cartelli stradali indicano dove si trova, quasi si volesse nascondere al mondo tanta rara bellezza. E se da un lato è completamente coperto alla vista dal moderno ponte Vespucci (già restaurato chissà quante volte), guardandolo da sud-est non si può fare a meno di inquadrarlo nell'inquietante skyline della centrale petrolchimica: un susseguirsi di cisterne e ciminiere che fa riflettere.
Il ponte romano, dunque, è stato un po' il simbolo dell'incuria di cui sono tuttora vittime i tesori archeologici della zona. Perché Porto Torres, conosciuta dai villeggianti soltanto come attracco per raggiungere le varie località turistiche sarde, è potenzialmente un polo d'attrazione culturale. Per convincersene basta dare un'occhiata a quello che potrebbe diventare un invidiabile parco archeologico. L'impressione, però, è che sia ancora tutto da fare. O quasi. Divisa in due frazioni (una di competenza demaniale e una di competenza locale) la parte cantieristica dell'impianto urbano emerso dagli scavi della vecchia Turris non è di fatto visitabile da sette anni.
Sporcizia, erba alta, mezzi meccanici abbandonati, capannoni e materiale edilizio colpiscono l'occhio almeno quanto le terme centrali conosciute come "il palazzo di Re Barbaro" o le strade che lo costeggiano, ai lati delle quali c'erano le tabernae, ossia i negozi e le botteghe artigiane. Finito? Macché. Sostanzialmente celato all'umanità resta anche il criptoportico. E ancora il frigidarium, con due vasche destinate ai bagni d'acqua fredda. Per non parlare di uno dei "pezzi" più pregiati di tutta l'area archeologica, lo straordinario mosaico di Orfeo, scoperto e quasi subito ricoperto di terra per totale mancanza di fondi.
"Tuttavia - spiega Antonietta Boninu, direttore archeologico della Sovrintendenza - un progetto già in corso prevede proprio la protezione fisica dei mosaici, mentre altri progetti sono in programma sempre per il restauro di mosaici e affreschi". Un deciso passo avanti. "Sono convinta che una buona sinergia tra Comune e Sovrintendenza possa sortire ottimi frutti", conclude l'esperta. Nell'attesa i quattro giovani operatori della cooperativa di servizi culturali "L'Ibis", impiegati nell'area archeologica attendono a braccia incrociate che qualcuno bussi all'ingresso. "In realtà - spiega Giancarlo Pinna, appassionato di archeologia e presidente dell'associazione "Turris Bisleonis" - le guide potrebbero accompagnare i turisti a vedere l'Antiquarium, un piccolo museo ricco di pezzi sorprendenti. Ma quando i curiosi scoprono che l'area archeologica è interdetta girano i tacchi e se ne vanno". Verissimo....continua su

http://lanuovasardegna.gelocal.it/dettaglio/turris-eterno-cantiere-con-il-mosaico-di-orfeo-sepolto-sotto-la-sabbia/2935538/2

sabato 19 settembre 2009

Sardegna Romana: una fotografia realistica dello stato delle cose.


Poco tempo fa mi è capitato di leggere in internet una "fotografia", giusta ed impietosa, dello stato attuale dei beni archeologici della civiltà Romana presenti in Sardegna.
Ho voluto pubblicare tale reportage sul blog perchè non può che renderci tutti più coscienti di come vengano visti i nostri beni archeo-turistici "da fuori", per noi che siamo così assuefatti ed abituati a vederli (ma sopratutto a veder gli scempi che si continuano a perpetrare a nostro danno).

Spero gradiate, e che magari lasciate un commento.

Di Caecilius Optatus: Nella costa meridionale della Sardegna sono visitabili siti archeologici (quasi tutti di originaria età punica), dei quali residuano però reperti quasi esclusivamente romani, se si escludono i resti dei tophet che, scoperti sul luogo, sono tati trasportati al Museo di Cagliari, o in parte riprodotti in piccoli musei locali.

E' il caso di Nora, su di un promontorio, di cui rimangono resti di mosaici, un teatro romano di età augustea/adrianea molto piccolo del quale è conservata la cavea, al momento non accessibile.

Le spoliazioni subite dall'abitato lo hanno reso scarno, per cui la gradevolezza del sito dipende soprattutto dall'essere collocato su di un promontorio dal quale si può agevolmente raggiungere lo splendido mare circostante.
A Pula da vedere il piccolo Museo Comunale.

Molto più suggestivo è il tempio di Antas, collocato nell'interno, 10 km sopra Iglesias, poco distante da Fluminimaggiore.
In una cornice naturale realmente splendida, ricca di verde, è collocato in imponente solitudine un tempio di età romana (augustea), restaurato da Caracalla (si conserva parte dell'iscrizione), dedicato a Sardus Pater Babai.
E' un luogo di culto frequentato sin dal IX sec. a. C, sul quale i punici eressero un tempio che poi i Romani modificarono; la divinità era appunto il Sardus Pater, in origine Babai, quindi aveva una funzione di aggregazione per l'isola.
Il luogo fu scoperto dagli archeologi a fine '800 e sottoposto a restauro che lo ha riportato in discrete condizioni.

Vale il viaggio; si possono anche visitare le cave di pietra adoperate dai Romani per tagliare i blocchi di pietra ed i resti di un villaggio di età nuragica, abitato fino al IV secolo d.C..

Cagliari, antica Karales/Karalis, conserva sparsi i resti dell'età imperiale, quando fu la residenza del governatore (proconsole o procuratore, a seconda del controllo senatorio o imperiale).
In città - anzi nel porto - era distaccata un'unità della Classis Praetoria Misenensis e sono emerse diverse iscrizioni funerarie di classiarii.
Merita una visita il centro storico (Castello), dove sono visibili torre difensive pisane del XIII secolo, ben conservate.
L'anfiteatro è stato oggetto di un restauro molto criticato ed è assai deludente, essendo tutto ricoperto da gradinate moderne, che hanno oscurato quelle originarie scavate nella roccia.

Merita una visita la splendida basilica di San Saturnino, del VI secolo, la più antica della Sardegna, situata in una zona di necropoli, scavata, e percorribile.
Peccato che sia visitabile solo il martedì e il venerdì, dalle 9 alle 13.00

Il Museo Archeologico è la croce e la delizia degli appassionati di archeologia, poichè raccoglie i pezzi più importanti ritrovati non solo in città, di età punica e romana.
La tragedia vera sono le condizioni in cui è gestito il complesso, che sembrano essere quelle degli anni '60.
A parte la gentilezza del personale, caratteristica veramente commovente riscontrabile in tutte le persone, sia in città sia nei luoghi di mare, le strutture - tutte rigorosamente con evidenziazioni stringatissime solo in italiano - necessitano di una ricollocazione che ne valorizzi l'importanza.
Per restare all'età romana, il Museo conserva tre diplomata di auxilia e di classiarii dell'età di Nerva e di Adriano, nascosti in teche di vetro assieme ad altri oggetti e per niente leggibili (le dimensioni sono di 12 x 10 circa cm.).
Manca un evidenziatore che riporti il testo, manca anche un'indicazione specifica dei diplomi, oggetto di studi da parte di Le Bohec, giusto per citarne uno.

Le più importanti iscrizioni rinvenute sono appoggiate tutte assieme, senza precisazioni circa l'età o il testo; alcune relative a militari, oggetto anch'esse di studi specifici, giacciono antistanti l'ingresso per terra, anche di lato, tanto che all'inizio pensavo fossero dei calchi messi apposta !

Si tratta di stele funerarie importanti per lo studio dell'esercito in Sardegna, poichè da esse si ricavano alcuni dei nomi dei reparti di auxilia operanti in loco tra il I e il III sec. d. C. : uno ad esempio consente di risalire ad una Cohors Aquitanorum mai altrove menzionata.
Di questo testo della fine del I sec. d. C. stupisce la semplicità del latino adoperato per ricordare Rufus Valentinus, Fabusi f(ilius), morto a 30 anni dopo 11 di stipendia, ricordato dal fratello Spedius (foto 3).

Un'altra iscrizione dedicatoria, mutila, ricorda un tale Caecilius Metellus, M(arci) f(ilius), proconsul, il quale aveva restaurato ambulationes (siamo in età tiberiana; il proconsole apparteneva ancora alla gloriosa famiglia dei Caecilii Metelli).

Tra gli altri reperti, oltre a tophet integri riportati alla luce e ricostruiti, spicca una bella statua loricata di grandezza poco più che naturale di Druso Minore, figlio di Tiberio, pressochè intatta, ritrovata nel foro di Sulcis, attuale S. Antioco, da cui provengono anche le teste di Tiberio e Claudio.

Il bookshop del museo è scadente, ma non si poteva sperare di meglio data la qualità della gestione.
Inutile dire che merita comunque una visita (se possibile non all'una del pomeriggio, sotto un caldo africano di 36°, poichè si trova sulla sommità di Castello, posizionato su di una collina
).