domenica 28 aprile 2013

Presentazione del libro "Hic Nura".



sabato 27 aprile 2013

Il Tempio di Giove a Bidonì




Il sito archeologico di Bidonì

Il Tempio di Giove, un'occasione persa

La Provincia di Oristano annovera una concentrazione di siti archeologici di prima importanza, come il porto di Tharros e le terme di Fordongianus. La romanizzazione del territorio ha lasciato tracce indelebili, che ancor oggi si impongono all'attenzione di tutti nella loro maestosità. Si aggiungano i siti archeologici pre-romani, come il nuraghe Losa o il pozzo sacro di Santa Cristina. Con il mare, le risorse enogastronomiche e il folklore (Sartiglia, Ardia, etc.) e con un adeguato sistema di trasporti, il patrimonio archeologico locale potrebbe divenire il polo di attrazione di un'offerta turistica di qualità.

Un esempio significativo è il tempio romano di Bidonì. Nei pressi dell'Omodeo, sulle pendici del Monte Onnarìu, la Romanità ci ha lasciato questo splendido esempio di architettura religiosa, probabilmente risalente al I secolo a.C.

L'iscrizione "Iovis" sull'altare testimonia che il tempio era dedicato a Giove, forse associato nella devozione popolare a preesistenti divinità locali.

L'area, scoperta nel 1996 da Armando Saba di Allai e già studiata da Raimondo Zucca, è ancora oggi chiusa al pubblico. La riapertura del sito potrebbe contribuire alla riscoperta di un momento storico, quello dell'incontro tra Romano-Italici e popolazioni autoctone, che è all'origine dell'identità etnica e culturale del territorio. In più potrebbe favorire lo sviluppo di una collaterale offerta alberghiera, enogastronomica e artigianale. In un momento di crisi come quello attuale, la valorizzazione del tempio romano di Bidonì è un'opportunità che le autorità statali e locali competenti devono assolutamente cogliere per il rilancio culturale, economico e sociale dell'alto Oristanese.

Articolo di Luca Cancelliere

Fonte: L'Unione Sarda", 21/04/2012

martedì 9 aprile 2013

L'oscura vicenda dei Giganti di Monte Prama

Ci sono in quei Giganti dei malanni un po' inquietanti...
Mercoledì, 31 ottobre 2012 - 10:36:00

di Fabio Isman

È raro trovare in un solo oggetto, o gruppo, la sintesi di tanti tra i malanni che, da sempre, affliggono i beni culturali in Italia; ma i Giganti sardi di Mont’e Prama ne racchiudono parecchi, e quindi servono da esempio: costituiscono (anche) una cartina di tornasole. Iniziamo da che cosa sono: forse, le più antiche sculture a tutto tondo nell’intero Mediterraneo, dopo quelle egizie; potrebbero essere addirittura precedenti ai “kouroi” greci; la loro nascita è misteriosa: c’è chi li data perfino al X-IX secolo a.C., quantunque probabilmente risalgano all’VIII. Sono un complesso senza pari, anche per l’entità: ritrovati cinquemiladuecento frammenti, dieci tonnellate di peso, che, ricomposti, hanno ridato vita (è il caso di dirlo) a venticinque statue tra guerrieri, arcieri e pugili, in arenaria e alti circa due metri, con alcuni modelli di nuraghe; recuperati quindici teste e ventidue busti. E ora, continuiamo con il resto, partendo dal ritrovamento. Siamo verso Cabras, a marzo 1974, vicino a Sinis (è sbagliato, siamo propriamente nel Sinis) ; arando un terreno, i contadini Sisinnio Poddi e Battista Meli urtano in qualcosa di strano. Spaventati, danno l’allarme. Intervengono i massimi archeologi sardi, Enrico Atzeni e Giovanni Lilliu (un Guerriero è perfino la copertina del suo libro La civiltà nuragica, 1982): la scoperta parte da qui. Ma i contadini aspettano ancora il premio di rinvenimento. Il primo malanno è la dimenticanza dei secoli; il secondo, quella delle istituzioni; e poi, c’è l’incuria. Ogni anno i frammenti venivano accantonati; e ogni anno, ci si accorgeva che il mucchio era più esiguo: forse qualcuno portava via le pietre, magari per usarle come materiale da costruzione.

Vengono subito organizzate campagne di scavo tra il 1975 e il 1979; le ultime, dirette da Carlo Tronchetti. Il bendiddio che, si è detto, era vicino a trentatre tombe a pozzetto affiancate, senza corredi funerari tranne un misterioso scarabeo egizio. I reperti sono trasportati al museo di Cagliari; e lì giaceranno per trentadue anni (è il secondo malanno), incredibilmente dimenticati. La maggiore scoperta sarda (e non solo) del dopoguerra è rimossa, nascosta, per nulla accudita: appena poche parti esposte nel museo del capoluogo, o prestate a qualche mostra. Se ne riparla finalmente nel 2007: a Sassari, al centro regionale di Li Punti, iniziano quattro anni di difficile, coraggioso, mirabolante restauro. Le opere, ricomposte, dal novembre 2011 vi sono esposte per la prima volta nella loro interezza. Chi le vuole del VII secolo a.C., chi le crede precedenti; chi le immagina in un santuario, chi le pensa dei giganti a guardia di una tomba principesca, mai trovata; intere, o in frammenti, decine di statue che restano misteriose, in un luogo, da sempre, tra i più densi di storia e di passato di tutta l’isola. Mont’e Prama significa monte Palma: monte anche se il rilievo è di cinquanta metri; la palma è quella nana, un tempo tipica della zona. Non lontano, è stato ipotizzato un santuario, un “heroon” dell’VIII secolo a.C., luogo funebre dedicato agli eroi; e la penisola del Sinis, su cui è prosperata la fenicia Tharros, è vicinissima, già abitata seimila anni or sono. Era un’importante area economica e commerciale, testa di ponte verso la penisola iberica: milletrecento anni avanti Cristo vi approdano i micenei e i filistei; è un grande centro della civiltà nuragica, iniziata tra il 1600 e il 1200 a.C., e certamente terminata prima del 700 a.C.: centosei monumenti di questo tipo nei dintorni, uno per chilometro quadrato, «sessantadue monotorre, trentasei più complessi, otto non definiti», dice l’ex soprintendente di Cagliari, Vincenzo Santoni. Per alcuni, i Giganti si possono identificare con i mitici Sherden, “popolo del mare” di allora, in qualche modo collegabili a uno tra i miti della fondazione dell’isola, colonizzata da Iolao con cinquanta Tespiadi: con un tempio in suo onore, di cui tante fonti parlano, dallo Pseudo-Aristotele, a Diodoro Siculo, Pausania e Silio Italico.

Nelle tombe, c’erano resti maschili e femminili, dai tredici ai cinquant’anni, una sepoltura per pozzetto. I Giganti sono successivi alle inumazioni. Hanno sopracciglia e naso assai marcati, sul viso triangolare; i grandi occhi sono due cerchi concentrici incisi; le bocche delle fessure, talora ad angolo. Sono tutti in piedi, con le gambe leggermente divaricate; poggiano su basi quadrangolari. Sul corpo hanno motivi geometrici incisi: linee parallele e a zig zag, cerchi concentrici; le trecce a rilievo, con motivi a spina di pesce. Forse, erano dipinti: un arciere reca ancora tracce di rosso. Ardui i confronti: li dice orientalizzanti Tronchetti, e nota richiami all’Etruria arcaica; Lilliu sottolinea i parallelismi con i bronzetti sardi; altri si spinge fino ai piceni e ai dauni. Che siano semplicemente un unicum, un “hapax” senza emuli noti? I pugili hanno uno strumento di difesa, che avvolgeva l’avambraccio; sono evidenziati ombelico e capezzoli, e portano un gonnellino: giochi sacri in onore del defunto? È il braccio destro a essere rivestito da una guaina; il sinistro è alzato e tiene alto uno scudo. Ci sono più varianti nei cinque arcieri ricostruiti: tunica corta e placca pettorale quadrangolare; gambali; arma imbracciata; faretra sulle spalle; almeno uno, ha un fodero di spada. Due i guerrieri con scudo tondo (ma ci sono altri pezzi di rotelle); l’elmo, cornuto, è talora zoomorfo. Cinque infine i modelli di nuraghi complessi, costituiti da più elementi, e venti quelli semplici; se ne vedono i terrazzi, sulle torri una cupola conica, sono alti fino a un metro e mezzo. Scavati pure dei “betili” (dall’ebraico “casa del dio”), pietre sacre prive di raffigurazioni, se non per quelle di porte e spesso due finestre incavate: Lilliu ci vedeva gli occhi di una divinità a protezione della tomba. Era un messaggio intimidatorio rivolto ai fenici, sbarcati sulla costa nell’VIII secolo? Qualcuno, però, crede di riconoscere mani orientali nella bottega scultorea.

Come avete capito, i Giganti di Mont’e Prama devono rispondere ancora a infinite domande: «La ricerca archeologica sul sito che ha restituito le statue ha da percorrere un lungo e appassionante cammino», dice il rettore dell’Università di Sassari, Attilio Mastino. Ma che costituiscano un complesso fondamentale, non c’è dubbio: anche il soprintendente di Cagliari, Marco Minoja, spiega: «Statue e sepolcri sembrano parti di un unico programma, teso a esaltare la grandezza e la potenza di un’aristocrazia in armi». E l’archeologo Marcello Madau: «Mont’e Prama e i suoi “kolossoi” sono un episodio chiave della storia dell’arte mondiale»; cinquemila pezzi, scaricati in età antica e probabilmente punica da chi distrusse il santuario, sopra una necropoli nuragica; «in quel periodo, i cartaginesi intervengono drasticamente sulla fenicia Tharros, dissacrandone i segni: ne diedi notizia nel 1991, dopo una scavo nell’area del “tofet”, il santuario». La discarica, certifica Tronchetti dai dati dei suoi scavi, non è avvenuta prima del finire del IV secolo a.C.: «Lo dice un frammento di anfora punica rinvenuto sotto un torso di statua». Restaurare non è stato semplice: i frammenti distesi su quattrocento metri quadrati; la pulitura; la ricerca degli attacchi; il modo per rimetterle in piedi. Alcune statue sono sufficientemente complete per capire; in altre, soccorre la ripetitività. Il Pugilatore è analogo a un bronzetto ritrovato verso Dorgali: Mont’e Prama ne ha restituiti sedici, con il loro scudo ricurvo rettangolare poggiato sulla testa; anche le loro parti inferiori del corpo sono scolpite in modo essenziale, e assai più dettagliata è invece la parte superiore. Più complessi i cinque Arcieri; forse, i tipi di arco sono due, il più grande poggiato su una spalla; la mano sinistra è rivestita da uno spesso guanto. Il più raffinato è il Guerriero, armato di uno scudo rotondo: alcuni elementi, in un primo tempo, erano stati attribuiti ad altre tipologie di Giganti. Ci sono poi i modelli di nuraghe; in tutta l’isola, Mont’e Prama è il contesto che ne ha restituiti di più: fino a cinquanta porzioni delle parti sommitali, parapetti, terrazze, torri; alcuni hanno un diametro di sessanta centimetri.

Ma ora si vuole separare questo “unicum”, ed è il penultimo tra i malanni che lo affliggono. Si prevede di esporre un nuraghe e una statua per tipo a Cagliari; il resto, vicino al sito del ritrovamento; a Li Punti, invece, la documentazione del restauro. A Cabras, però, il museo che dovrebbe ospitarli – ed ecco l’ultimo malanno – ancora non esiste. Per ora, dopo l’esposizione a Sassari, i Giganti sono tornati invisibili: sono in un laboratorio, per i rilievi fotogrammetrici, le scansioni digitali da cui trarre, magari, copie od olografie. Ma poi, dove finiranno? Parte, si è deciso, a Cagliari; ma il resto, di nuovo in un deposito, magari per altri trent’anni? Non solo: anche questa “diaspora” genera inquietudine e proteste. Un appello con mille firme autorevoli, a cominciare dall’archeologo Mario Torelli, è sul tavolo del ministro Ornaghi; Salvatore Settis ritiene «che il gruppo, decisamente, non debba essere smembrato», anche perché «la moltiplicazione delle sedi museali è tra le ragioni per cui i musei in tutto il mondo, diventati troppi, cominciano a chiudere, senza molti vantaggi né per le opere né per gli utenti». «Chiediamo di destinare, per le esigenze proprie di un museo come quello nazionale di Cagliari, copie a regola d’arte: di tutto il complesso», dice l’appello; intanto, l’unica certezza è che una rappresentanza dei Giganti stava per partire per le Olimpiadi di Londra e l’Esposizione universale in Corea: all’ultimo, per fortuna, non è accaduto, perché, si sa, i capolavori italiani viaggiano, addirittura troppo. Qualcuno raccoglierà il grido di dolore, o, una volta di più, le esigenze dello spettacolo trionferanno su quelle scientifiche?

Tratto dal numero di novembre della rivista Art e Dossier