sabato 11 novembre 2017

Sull'orientamento delle porte-finestre dei nuraghi

L'archeoastronomia, materia affascinante. Ma ovviamente anche insidiosa. Come tutte le scienze applicate all'essere umano, e sopratutto al suo pensiero simbolico, tale disciplina richiede la massima rigorosità per essere applicata, pena l'incorrere in tremendi errori che vanno ad inficiare la ricerca.

In Sardegna, terra costellata da migliaia di Nuraghi e altre costruzioni ciclopiche e megalitiche, la disciplina ha trovato terreno facile. Iniziata in sordina negli anni '70 per mano di alcuni professori universitari, attualmente viene utilizzata (spesso in maniera impropria) da personaggi aventi il più eterogeneo background culturale.

L'archeoastronomia, come l'archeologia, è una materia che non ammette generalismi, affermazioni certe e definitive, o un approccio semplicistico.
Recentemente mi è capitato di leggere in un noto libro di archeoastronomia sarda, il recente "Astronomia della Sardegna preistorica", un'affermazione quantomeno generalistica, che in quanto conoscitore di nuraghi, trovo inammissibile e totalmente erronea.
Vediamo la citazione:

Astronomia nella Sardegna Preistorica Di Mauro Peppino Zedda (2013) p. 102.


"In questo decennio la proposta è stata accolta con favore da tanti studiosi,tra cui mi piace citare Clive Ruggles in Ancient Cosmologies (2005) e Giulio Magli in Mysteries an Discoveries of Archaeoastronomy (2009), mentre una critica è venuta dall’archeologa ungherese Emilia Pàsztor (2009), secondo Lei avrebbe avuto poco senso orientare l’ingresso della torre centrale dei nuraghes complessi verso la direzione da cui sorgevano le stelle del Centauro-Croce del Sud e poi chiudere la visuale con le torri aggiunte periferiche. Nella sua critica non ha tenuto in conto che le torri centrali dei nuraghes complessi hanno due celle sovrapposte a quella basale e ognuna di esse ha una porta- finestra orientata nello stesso identico modo dell’ingresso a terra. Dunque dalle due celle superiori si poteva osservare il sorgere delle stelle del Centauro-Croce del Sud nello stesso identico modo in cui lo si sarebbe osservato nel momento in cui veniva tracciato l’orientamento dell’ingresso di terra."

A parte la discordanza di trattamento tra la sequela di studiosi proposti all'inizio e l'archeologa ungherese, evidentemente non convinta della bontà della tesi proposta, si rimane sbalorditi nel leggere i toni semplicistici con cui viene postulata una regola generale, ferrea e intoccabile, che in realtà non è assolutamente veritiera.
Infatti esistono decine di casi conosciuti di nuraghi dotati di finestrone in cui le due aperture NON sono dotate dello stesso orientamento. Rarissimo poi osservare una seconda finestra (terza camera sovrapposta) come al S. Antine di Torralba. Lo Zedda propone come assodata una regola generale che non è assolutamente accettabile.
Il dubbio, conseguentemente, è che se l'autore generalizza così facilmente su dati che si dimostrano errati ad una conoscenza molto generica di nuraghi, quali altri errori potrebbero essere presenti nel testo?

Di seguito una sequela di casi che dimostrano fotograficamente come la regola generale proposta dall'autore non sia assolutamente valida.





Un cordiale saluto.

mercoledì 2 agosto 2017

Un colpo al cerchio e uno alla botte.


Sappiamo che l'archeoastronomia è una materia ostica, spesso difficile per gli appassionati. Eppure, con tutta la difficoltà che richiede una disciplina scientifica, non avremmo mai pensato che potesse essere impossibile da capire anche da chi professa di studiarla da anni, scrivendoci sopra più di un libro. Il Signore della foto, è infatti autore di numerose pubblicazioni in materia archeoastronomica in Sardegna ed in Italia. Eppure, forse a causa della cecità dovuta presumibilmente ad un pizzico di gelosia mista a campanilismo, lo studioso della foto riportata più sopra, asserisce in toni decisamente poco garbati, come addirittura 50 giorni dopo la data del solstizio estivo, il sole riesca a riprodurre il medesimo effetto che avviene nel giorno del solstizio d'estate all'interno del nuraghe, in questo caso il S. Sistu di Giave.
Forse perché l'evento archeoastronomico è stato studiato e pubblicato da un gruppo diverso dal suo, forse perché questi appassionati sono stati I primi dopo 30 anni (da quando Maxia e Fadda studiarono I così detti “fori apicali” dei nuraghi) ad aver portato all'attenzione degli studiosi nuovi casi...ebbene forse questi appassionati sono degli “scomodi” concorrenti.
“Ci sono troppi galli a cantare nel pollaio” dice un vecchio adagio. Meglio dunque affossare la presunta “concorrenza”? Eppure, denigrare quello che non si capisce, o che non si vuole capire, o addirittura che si finge di non capire, causa sicuramente degli scomodi effetti collaterali. Uno di questi è che le persone insultate e attaccate, secondo quanto insegna il buon metodo scientifico (popperiano direbbero alcuni!), vadano a dimostrare che quanto viene affermato da chi si professa archeoastronomo autotitolato (senza tuttavia essere né astronomo né archeologo) dovrebbe conoscere il movimento del sole come l'ABC scolastico. Ecco allora che quelle persone, che già avevano documentato altri casi nei mesi successivi al giorno del solstizio proprio per non incorrere in spiacevoli errori, magari potrebbe accadere che decidano di prendere la macchina (cosa che può fare anche il lettore in questo stesso istante) e recarsi nel nuraghe S. Sistu di Giave ad assincerarsi della cosa. Qui lo spettatore osserverà, come mostra la sequenza riportata sotto, che il sole si comporti in modo molto diverso da quanto accade nel giorno del solstizio estivo, e che il raggio luminoso prodotto dal foro apicale della camera del nuraghe, in realtà non ci entri affatto dentro la nicchia di base; pure dopo i famosi 50 giorni decretati da questo pseudo - studioso. Come se chiedere ad altri di recarsi e controllare in vece propria, non fosse abbastanza avvilente e decisamente poco professionale, si aggiunga l'aggravante del non conoscere le nozioni basilari riguardanti il moto apparente del sole, che ovviamente dopo uno spostamento di ben SEI gradi, 40 giorni dopo, non si potrà certo comportare nel medesimo modo del giorno del solstizio d'estate. Tralasciando il fatto che chi scrive dovrebbe sapere che nel libro gli orari riportati sono registrati tutti in orari solari e non legali, ebbene faccia attenzione a quanto affermiamo, poiché solo per correttezza, potremmo pensare abbia solo “capito male”, invece che aver volontariamente omesso questo dettaglio.

Signor lei, che tanto si affanna per riempire il nostro lavoro di fango, non ha forse capito che l'evento da noi studiato va oltre il semplice ingresso della luce nella sala del nuraghe, o la sua proiezione per terra? Non capisce forse che il nostro studio afferma che la nicchia (l'unico elemento di rilievo presente all'interno della sala!) sia essa e solo essa il vero marcatore di questo evento archeoastronomico estremamente interessante? Che a noi poco interessa se il sole arrivi sul fondo della camera, come dice lei, quanto invece ci sembra decisamente più valido ed interessante che vada a dividere esattamente la nicchia a metà dopo un preciso passaggio nella parete che la sovrasta? Capisce che sono state analizzate sia le torri con il foro apicale nella camera di base che quelle dotate di due camere sovrapposte come il caso emblematico del Ruju di Torralba?  Capisce che questo evento si ripete in decine e decine di casi che abbiamo esposto nella nostra pubblicazione del 2016 (Gigantes de Pedras) eprima in "La Luce del Toro" (2011) con le stesse modalità? Capisce che abbiamo registrato questo evento sia nei nuraghi dove la camera presenta una sola nicchia oppure nella tipologia a due o a tre nicchie?  Capisce che abbiamo esaminato anche casi di nuraghi in cui il fascio di luce, sempre al solstizio d’estate, una volta colpita la nicchia centrale compie una rotazione a semi arco per poi frazionare la successiva nicchia (di destra) e quindi risalire a metà della stessa nicchia ed esaurirsi definitivamente? Capisce il Valore come Marcatore astronomico della nicchia di sala, e tutto ciò che ne consegue, circa i criteri che hanno adoperato i costruttori nuragici nella disposizione delle stesse NICCHIE di sala?
Capisce??

Ma senza voler sembrare rancorosi, vista la grande inesattezza che le abbiamo dimostrato di aver detto, le offriamo la possibilità di scusarsi in pubblico circa le parole vergognose che ha usato per appellarsi a noi e al nostro lavoro. E per questo motivo le offriamo la mano in una nostra offerta di riappacificazione. Speriamo capisca quali sono i limiti di ciò che ha scritto.

Un cordiale saluto
GRS Gruppo Ricerche Sardegna.

Comparazione 


Nuraghe Santu Sistu di Giave il 22/06/2013    Solstizio d’Estate
Angolo orario/Dec 22h 45m 49s / -23° 25’ 54” AZ/Alt +131° 56’ 06” / +66°54’04”

In questo collage è riportato il classico tecnicismo dell’evento della “luce dai fori apicali" riscontrato in oltre una decina di casi da noi riportati nel libro Gigantes de Perdas e in altre acquisizioni di prossima pubblicazione, mostra il processo dell’evento archeoastronomico dei "Fori Apicali” ripetersi con le stesse identiche modalità. Il fascio solare al solstizio d’Estate va a frazionare a metà la nicchia di sala interessata, colpendo il piano calpestio con il disco solare al centro della stessa.

Nuraghe Santu Sistu di Giave il 31/07/2017 Quaranta giorni dopo
Dec +18°09’31.3” AZ/Alt +131° 14’ 46.7” / +60° 31’ 16.8”

Come mostrato in questo collage, quaranta giorni dopo il solstizio d’Estate, la Nicchia (intesa come marcatore astronomico) non viene minimamente interessata dalla proiezione solare.

lunedì 31 luglio 2017

Intervista al G.R.S. Gruppo Ricerche Sardegna sul libro Gigantes de Pedras




Come e quando è nata l'idea di pubblicare un libro sulle scoperte e sulle riflessioni archeologiche ed archeoastronomiche in materia nuragica e prenuragica, effettuate negli ultimi anni dal G.R.S. (Gruppo Ricerche Sardegna)?

L'idea di pubblicare un libro come Gigantes de Pedras nacque quasi in contemporanea con la conclusione del testo "La Luce del Toro”: per vari motivi, principalmente dei limiti di tempo e di spazio imposti dal nostro precedente editore, infatti non fummo in grado di presentare ai lettori un testo completo sullo studio dei nuraghi, come lo avremmo voluto pubblicare. Questo nostro piccolo sogno ha trovato coronamento con la Condaghes, che ha creduto nel progetto (un libro di quasi mille pagine, inizialmente diviso in tre tomi), pubblicando il nostro libro in formato cartaceo, con gli argomenti più interessanti, e con un cd di approfondimenti, che racchiude tutta quella mole di testo che altrimenti non sarebbe stato possibile pubblicare.

Di cosa si occupa il G.R.S. e chi vi fa parte?

Il G.R.S. (Gruppo Ricerche Sardegna), è un associazione culturale non a scopo di lucro, e si impegna nella ricerca e nella salvaguardia del patrimonio storico della Sardegna. In un'isola che possiede un ricchissimo patrimonio sia archeologico che naturalistico, il G.R.S. svolge un attività di volontariato che spazia dalla ricerca alla promulgazione della nostra storia millenaria. L'associazione organizza escursioni, convegni e dibattiti inerenti i temi riguardanti la storia e la cultura del popolo sardo. Ne fanno attualmente parte 4 dei nostri soci fondatori, ma l'associazione è sempre in cerca di affiliati e nuovi membri in grado di dare un supporto all'associazione.

Come è strutturato il libro? 

Il libro è strutturato, come in origine, in tre parti: insediamento, architettura, archeoastronomia. Sono queste le nostre tre chiavi di lettura, con cui ci approcciamo sempre allo studio dei monumenti archeologici. Siamo certi che con questa formula multidisciplinare da noi adottata, siano emersi alcuni possibili risposte sulla funzione dei nuraghi. Il libro inoltre si divide tra l parte cartacea ed il CD, che contiene molti approfondimenti, schede tecniche, foto aggiuntive, e molto altro materiale, elaborato durante questi anni di studio.

Perché i nuragici costruirono questi Giganti di Pietra? Che funzione avevano?

Queste sono le due principali domande che tutti i cultori della materia si pongono. Affermare di aver trovato una risposta definitiva sarebbe presuntuoso. Eppure riteniamo che con la lunga ed approfondita documentazione fatta, riportata nel libro, ci siamo avvicinati di qualche passo in più alla ricerca della verità. Sono passati più di trent'anni da quando i primi studiosi di archeoastronomia isolana tentarono di risolvere il problema con questo nuovo approccio. Da allora il progresso della ricerca si è mosso poco e nulla, girando a vuoto su tabelle e statistiche, che nulla erano riuscite a documentare. Crediamo invece che con il nostro metodo di analisi e conferma sul campo, con documentazione fotografica, sia quanto meno possibile azzardare una risposta sulla funzione dei nuraghi. Questa interpretazione va di pari passo alle evidenze mostrate dagli studi territoriali e da quelli architettonici da noi svolti, che si sono mostrati concordi verso un unica direzione.

E per quanto riguarda la funzione cultuale?

Questa, appunto, è la linea guida di ricerca. Sembra ormai sempre più evidente la funzione cultuale dei nuraghi, già esposta ai tempi del libro "La luce del Toro”, seguita da appassionati e archeologi, ma da questi mai apertamente spalleggiata, al massimo osteggiata.

Come mai i nuraghi vengono definiti “templi della luce”?

Questo è l'unico sottotitolo che ci è sembrato idoneo per questo libro. Come chiamare altrimenti le decine e decine di nuraghi studiati e documentati fotograficamente durante questi eventi solari e lunari, solstiziali ed equinoziali e finanche lunistiziali?

Come si spiega l'importanza dei nuraghi anche dal punto di vista astronomico?

Forse l'aspetto astronomico non è un elemento comprimario del nuraghe, ma quello primigenio, che ne ha determinato la costruzione. Il monumento aveva sicuramente dei ruoli accessori, e l'utilizzo cultuale poteva essere uno di quelli preponderanti, ma l'orientamento delle strutture è quello, congelato nella pietra immutabile. Gli eventi si ripetono ogni anni esattamente come avevano predisposto gli antichi. È qui la loro importanza, nella ripetitività di questi eventi e nella capacità degli antichi costruttori di sfruttare questi per i loro reconditi fini, su cui possiamo solo vagamente speculare.

Quale messaggio si augura possa arrivare a coloro che leggeranno il libro ed avranno il piacere di vedere il DVD che vi è allegato?

Il libro è un aiuto e un sostegno per gli appassionati della materia, ma non può contenere tutto. Nel CD sono riportate numerosissime foto e video, che mostrano gli eventi minuto dopo minuto. Le mappe danno un idea del territorio, e l'analisi architettonica svela il monumento nuraghe pezzo per pezzo. Questa esperienza tuttavia è obbligatoriamente limitata. Come abbiamo sempre sostenuto è necessario vedere i monumenti di persona, essere sul luogo nel preciso istante in cui sorge la luna o il sole nel giorno stabilito. L'augurio quindi è che quante più persone possano leggere il libro e ritenere opportuno di veder con i propri occhi questi eventi.

Alessandro Atzeni, Sandro Garau, Tonino Mura

G.R.S. Gruppo Ricerche Sardegna.

domenica 16 luglio 2017

Presentazione Libri Condaghes "Gigantes de Pedras" e "Gherreris", Cuglieri 22/07/17


Non perdete la presentazione che si terrà sabato 22 Luglio a Cuglieri: tre autori, due libri, un solo editore. 

Gigantes de Pedras
Quali segreti nascondono i nuraghi? Perché erano posizionati su punti precisi del territorio? In che modo furono costruiti? Come spiegare i curiosi effetti luminosi relazionati con gli astri che si possono vedere in questi monumenti?

Gherreris
Perché i cosidetti pugilatori di Mont'é Prama risultano armati di un pugnale in bronzo? Chi erano realmente questi personaggi? Cosa rappresentano in realtà i bronzetti nuragici?

Queste e molte altre domande troveranno delle possibili risposte. Non perdetevi la presentazione dunque!

Link Evento su Facebook

venerdì 21 ottobre 2016

Presentazione del nuovo libro G.R.S.: "Gigantes de Pedras", Condaghes 2016.


Il G.R.S. Gruppo Ricerche Sardegna è orgoglioso di annunciare la 3° conferenza del libro "Gigantes de Pedras, I nuraghi: templi della luce", presso la sede dell'associazione culturale Crakeras, ad Oristano.

Sinossi del libro:
<< Il volume si divide in tre parti,sapientemente distribuite tra il testo cartaceo e gli approfondimenti contenuti nel DVD allegato.
1) Uno studio accurato sui possibili metodi adottati dai nuragici per la costruzione e l’insediamento dei nuraghi costieri e portuali, Comunicatori e Clusters.
2) Un saggio sull’aspetto puramente architettonico dei nuraghi,con uno studio sostanziale sui cosidetti nuraghi Monotorre e le torri arcaiche dei nuraghi complessi.
3) L’esposizione di diversi casi di studio sul verificarsi di eventi astronomici all’interno di numerosi monumenti (Il tecnicismo della luce del toro, il tema delle stanze del sole, e la ricerca sul fenomeno della luce dai fori apicali).
Tombe dei giganti, pozzi sacri, templi a megaron, rotonde, capanne lustrali, domus de Janas e menhir sono tappe altrettanto importanti di questo affascinante percorso alla scoperta dell’ingegno e dello spirito di quel popolo che riuscì a innalzare verso il cielo questi Giganti di Pietra.>>

Vi aspettiamo sabato 22 ottobre 2016 alle ore 18:00.
Non mancate.

mercoledì 24 febbraio 2016

Autolesionismo CINE-archeologico in Sardegna.


Foto by Dymet

Queste sono le scale per lo "Skellig Michael Monastery", in Irlanda. Sono state riprese per le scene finali dell'ultimo Guerre Stellari (Star Wars). Milioni di persone al mondo hanno visto i bellissimi paesaggi che caratterizzano questo luogo, la sua importanza non è solo storica, ma anche archeologica.
Pensate forse che quando è giunta la richiesta per girare le scene, l'ente di riferimento che gestisce il turismo ed i beni archeologici irlandesi si sia messo il problema di sembrare nazionalista, di dare un taglio fantascientifico alla cultura irlandese o menate varie al seguito? Stiamo pur parlando di Guerre Stellari, insomma: astronavi, distanze siderali, cavalieri Jedi armati di spade Laser, non è che qualcuno potrebbe pensare che questo posto sia stato costruito dagli alieni? Non è che qualcuno potrebbe fraintendere la storia di questo luogo, e pensare che sia semplicemente il set di un episodio di un film? Al turismo Irlandese questo non importa un beneamato fico. L'importante è che il mondo conosca questo luogo bellissimo, e che venga a visitarlo, come primo passo sapranno cosa è, dopo verrà istruito a dovere sulla sua storia e sulla sua importanza, forse anche condendo il tutto con un po' di mitologia. L'equazione: cinema (con rispetto per quello che si usa)=visibilità=soldi non penso sia difficile da capire, e presumo che chi gestisce i beni culturali Irlandesi lo sappia bene e ci abbia visto lungo. Invece in SARDEGNA, nel nome di chissà quale filosofia autolesionistica, che fa sempre riferimento alla "purezza" dell'archeologia senza se e senza ma, sino all parodia più indescrivibile di è stessa, siamo riusciti a boicottare un'opportunità come le riprese di "Iskida nella terra di Nurak", libro Fantasy di Andrea Atzori e futuro progetto cinematografico seguito nientemeno che da Anthony la Molinara (famoso per Spider Man). Sarebbe stata un'opportunità per far conoscere al mondo i nostri incredibili Nuraghi, strutture ciclopiche dell'età del bronzo realizzate senza cemento, con massi pesanti diverse tonnellate, monumenti che spesso non conoscono neanche gli archeologi Italiani, senza parlare di quelli Europei, figuriamoci la gente comune! Sappiate che la gente comune, negli altri paesi, conosce a malapena il nome Sardegna. A quale crescita turistica possiamo auspicare, se continuiamo a metterci continuamente i bastoni tra le ruote da soli?
Think about it!





Il nuraghe Corbos di Silanus, da Wikipedia.

domenica 14 febbraio 2016

Zigantes de Pedras Tomo II: Recensione di Gabriele Maestri

Dopo aver letto il secondo volume ”Architettura sacra” dell’opera “Zigantes De Pedras” a cura del G.R.S. – Sandro Garau, Alessandro Atzeni , Tonino Mura – mi preme di fare alcune osservazioni.
Per prima cosa vorrei “sgridare” i tre autori perché hanno scritto e pubblicato questi libri con alcuni anni di ritardo. Non avendo a disposizione questi libri sono stato costretto a visitate negli anni passati i nuraghi, pozzi, tombe, insediamenti e quant’altro di nuragico unicamente con il piglio da turista. Guardi, capisci poco, fai un casino di foto e ti sembra di aver inteso tutto. E molti di questi da me visitati sono descritti nel libro, e sono evidenziate le cose che da buon turista non avevo notato. Pertanto la “sgridata” ve la siete meritata tutta.
A parte questa che potrebbe sembrare una battuta, mi voglio congratulare con questi tre signori per l’opera che hanno realizzato. Ho già avuto in passato l’occasione di apprezzare gli scritti del G.R.S. come il Tomo I dei Zigantes…, o come “La Luce del Toro” o altri interventi nei social e nei forum e con uno di loro anche di persona.
Sempre semplici, logici, chiari, documentati e con tanta voglia non di darti delle tesi assolute, bensì la voglia di portare chi legge attraverso un chiaro e documentato percorso mentale che conduce a delle conclusioni difficilmente contrastabili.
Nel libro moltissime foto, schemi, schede, non di uno o due nuraghi, ma di decine da loro visitati, fotografati e misurati in ogni particolare. E attraverso questa conoscenza acquisita sul campo presentano le logiche conclusioni. Per documentare gli spessori murari mettono le misure di 37 camere delle torri. O per ragionare sui mensoloni mettono la forma e le misure di 42 mensoloni diversi, decine di piante delle torri, oppure 16 pagine di schede complete di nuraghi monotorre e complessi.
Una mole di materiale sulla quale ragionare.
Difficile commentare tutto il contenuto e forse è meglio che chi è interessato al tema si procuri i tre libri della collana. Mi soffermo brevemente su alcuni aspetti che maggiormente mi hanno intrigato.
- La “cucitura dei paramenti” e “posa e registrazione” della torre. I corridoi e spazi interni progettati prima ancora di mettere su la prima pietra. Al solo pensare quanto ingegno, quanto lavoro organizzativo, quanti attrezzi e macchinari di ogni specie, conoscenze geologiche e di stabilità della struttura di questa mole, quanta immaginazione hanno avuto questi costruttori, vien voglia di chinare il capo con estrema umiltà nei loro confronti. E pensare che per fare diverse migliaia di queste torri le “ditte” costruttrici dovevano essere tante.
- L’utilizzo delle nicchie poste su diverse altezze come depositi delle spoglie mortali con relativi corredi. Come nei tempi moderni all’interno delle cattedrali si facevano inumare i personaggi di alto rango civile ed ecclesiastico, così nel periodo nuragico si deponevano nelle nicchie le spoglie probabilmente dei personaggi di alto rango. Nel testo non c’è scritto se sono state trovati solo dei corredi o anche urne cinerarie o anche le ossa dello scheletro. Nell’ultimo caso si sarebbero potute fare delle indagini di varia natura.
- Il passaggio architettonico e stilistico visibile in diversi particolari dei betili torre, altari in pietra, pozzi sacri e rotonde nel periodo tra la fine della costruzione dei nuraghi e secoli successivi.
Sono citati e descritti coi particolari diversi tra pozzi e edifici cultuali. Mi è dispiaciuto di non aver visto la descrizione particolareggiata (anche se indicata nella tabella dei pozzi – 47 in tutto) del complesso di Mezanni di Vallermosa composto da alcuni pozzi a raso, un pozzo coperto, due aree cultuali. Molto suggestivo anche per la localizzazione. E’ stato l’ultimo monumento che ho visto in terra sarda.
(mio album qui: https://photos.google.com/…/AF1QipPVGZQr6OSs5-vOIMszzHrgUML… )
- Osservazioni su giganti di Monti Prama, cosa rappresentavano e come erano situati all’interno del complesso. Concordo (per quel che vale) con l’idea che rappresentassero dei combattenti-atleti. Secondo me, e lo suggeriscono anche gli autori, non nel senso sportivo bensì come lottatori nelle cerimonie cultuali e funerarie. Simili attività erano in uso presso Camuni, Campani, Etruschi.
Le corna probabilmente infisse nei fori dei betili per “santificare” il modellino torre nuragica.
Tra molti popoli e in diverse epoche le corna indicavano uno status di eroe, sacerdote, simildivinità.
Nei tempi storici, periodo vichingo, a dispetto dei romanzi folcloristici che volevano le corna su ogni elmo, queste erano riservate ai soli einherjar ossia eroi caduti in combattimento.
Quindi i giganti come eroi divinizzati sono la spiegazione più plausibile.
Un ultima osservazione, per la quantità di materiale che a volte costringe a tornare ai capitoli già letti per capire meglio e confrontare i dati, sarebbe forse stato meglio dividere il tomo in due volumi più facili da maneggiare.
Adesso mi prendo una piccola pausa di qualche giorno/settimana e comincio il tomo III.

Complimenti ancora.

martedì 8 dicembre 2015

Zigantes de Pedras: Tomo III, Archeostronomia nuragica



Dal tempo della pubblicazione del libro “La Luce del Toro” era desiderio degli autori scrivere un testo ben più esaustivo. Il testo, nato come un singolo volume, è stato diviso sin dall’inizio, per comodità, in tre parti principali: insediamento, architettura ed astronomia. Per questioni editoriali, tuttavia, è stato necessario suddividere fisicamente le varie parti, ora distinte in volume I: “Insediamento” in pratica uno studio sulle modalità adottate dai nuragici per la costruzione dei loro monumenti eponimi, volume II: “Architettura Sacra”, che affronta il tema da un punto di vista puramente costruttivo, ed infine il volume III: che vi apprestate a leggere, che tratta di archeoastronomia prenuragica e nuragica. Questo terzo ed ultimo volume, o “Tomo III”, di Zigantes de Pedras, si focalizza sull’aspetto archeoastronomico dei nuraghi. Dopo una doverosa introduzione, vengono esposti ed indagati diversi “casi di studio” individuati dagli autori in anni di ricerche. Il tema dei “La luce del Toro” strettamente connesso al tema delle stanze del sole. Oltre alla ricerca sui “fori apicali”, già affrontata in passato ed esposta in maniera preliminare dagli stessi autori sulle pagine delle riviste “Lacanas” e “Fenix”. In definitiva questo terzo volume, espone le principali ricerche degli autori in materia archeoastronomica; in accordo a quanto trattato nei precedenti due volumi e ponendo così una risposta definitiva (secondo gli autori) su cosa servissero i nuraghi.
Attualmente sono disponibili tutti e tre i tomi, per un tempo limitato, potete richiedere le copie contattandoci attraverso la nostra pagina su facebook o sui nostri siti:

https://www.facebook.com/GRS-Gruppo-Ricerche-Sardegna-241224529263628/



sabato 5 dicembre 2015

Zigantes de Pedras, Tomo II, Architettura Sacra



Dal tempo della pubblicazione del libro “La Luce del Toro” era desiderio degli autori scrivere un testo ben più esaustivo. Il testo, nato come un singolo volume, è stato diviso sin dall’inizio, per comodità, in tre parti principali: insediamento, architettura ed astronomia. Per questioni editoriali, tuttavia, è stato necessario suddividere fisicamente le varie parti, ora distinte in volume I: “Insediamento” in pratica uno studio sulle modalità adottate dai nuragici per la costruzione dei loro monumenti eponimi, volume II: “Architettura Sacra”, che affronta il tema da un punto di vista puramente costruttivo, ed infine il volume III: che tratta d’archeoastronomia prenuragica e nuragica. Questo secondo volume, o “Tomo II”, di Zigantes de Pedras che il lettore si appresta a leggere, tratta dell’aspetto puramente architettonico dei nuraghi, dedicandosi in maniera approfondita ai cosiddetti nuraghi “monotorre” o alle “torri arcaiche” dei nuraghi complessi. Dopo una necessaria premessa sulle tipologie di murature nuragiche, vengono esposti ed indagati diversi “casi di studio” individuati dagli autori in anni di ricerche. Il tema dei fori pontai, già affrontato in passato ed esposto in maniera preliminare dagli stessi autori sulle pagine della rivista “Sardegna Antica”, si ricollega a quello dei mensoloni osservati in moltissimi nuraghi. Riguardo questo tema, oggetto di accesa discussione, si allaccia la ricerca relativa alle “grappe in piombo”, che ha condotto gli autori verso nuove, interessanti ipotesi ricostruttive. In definitiva, l’analisi architettonica esposta in questo secondo volume, serve per preparare il campo al terzo ed ultimo volume, spiegando il perché sia praticamente possibile osservare certi fenomeni astronomici all'interno di numerosi monumenti nuragici.
Attualmente è disponibile il presente tomo e potete richiedere la copia del precedente volume (Tomo I) “Insediamento”, entrambi per un tempo limitato. Potete richiedere le copie contattandoci attraverso la nostra pagina su facebook o sui nostri siti:

https://www.facebook.com/GRS-Gruppo-Ricerche-Sardegna-241224529263628/



A breve termine sarà disponibile anche l'ultimo volume:

Tomo III “ Archeoastronomia nuragica”

martedì 15 settembre 2015

Zigantes de Pedras, Tomo I: Recensione di Gabriele Maestri



Copertina del Tomo I.


Indice.


Alessandro al nuraghe Is Orixeddus I.


Il monte Acutzu.


Il monte Murtineddu.


Di Gabriele Maestri:

Alcune riflessioni dopo aver letto il libro del G.R.S. Gruppo Ricerche Sardegna di S. Garau, Alessandro Atzeni e T. Mura;
Zigantes de Pedras, Tomo 1 – Insediamento".
Come già il libro precedente del G.R.S. “La Luce del Toro”, anche questo è scritto in modo facile, senza inutili capriole, ben spiegato e ben documentato.
Il libro inizia con una breve spiegazione della tipologia di nuraghi per passare subito dopo alla parte riguardante i nuraghi costieri e quelli lungo i fiumi. Ben presentata e ben argomentata è accompagnata da molte fotografie. Leggendo questa parte del libro si comprende bene come il controllo delle vie d’acqua interne e marittime non poteva che essere svolto dai sardi residenti dell’epoca nuragica. L’attività di trasporto sui fiumi era senz'altro più veloce e sicura che sui sentieri e strade tortuose. Anche se in 3000 e passa anni la morfologia del territorio in pianura e a ridosso delle colline e montagne è cambiata nascondendo probabilmente i vecchi alvei dei fiumi, si capisce bene l’importanza della navigazione fluviale collegata con quella marittima. Da qui si capisce la necessità di controllare queste importanti vie di comunicazione. Costruendo tantissimi nuraghi nelle posizioni opportune sia sulla costa che lungo i fiumi si ha l’impressione che queste popolazioni difficilmente potevano essere in competizione violenta. Era necessaria un’unitarietà d’intenti, una politica mercantile e sociale comune, un governo comune almeno delle zone che dal mare si sviluppavano nel entroterra lungo i fiumi e nelle valli laterali. Non so se potevano essere i famosi cantoni, ma comunque da lì prima o poi nasceva uno stato.
Penso che continuando le ricerche per individuare vecchi alvei dei fiumi si troverebbero forse resti delle imbarcazioni o dei pontili delle zone di scambio merci interne. Nel periodo del bronzo la Sardegna quasi tutta era interessata da una zona climatica atlantica con molte precipitazioni. L'acqua scendendo dai monti a forte velocità cambiava spesso il letto aggirando anche robuste zone collinari. Da questa parte del Tirreno, Reggio Emilia e dintorni, i fiumi si sono spostati in modo naturale di decine di chilometri. Partendo dal punto di sbocco della valle montana e seguendo le conoidi d’eiezione sono stati ricostruiti molti alvei di fiumi grandi e piccoli e di cui spostamento si registrava ancora nel medioevo.
Avere soldi e tempo per fare queste indagini si potrebbe forse trovare qualcosa di interessante.
Intanto accontentiamoci di teoria che è ben documentata e spiegata.

La parte successiva riguarda l’organizzazione delle comunicazioni tra diversi gruppi di nuraghi qui definiti cluster e il controllo del territorio da parte di questi gruppi.
Per poterlo spiegare bene gli scriventi si sono fatti centinaia di chilometri a piedi per verificare la bontà delle loro affermazioni. Con uno di loro, Alessandro Atzeni, ho avuto il piacere di visitare il gruppo di Is Orixeddus (Quartu S. Elena) descritto in questo libro.
Ci sono molte cartine con indicati collegamenti tra nuraghi dei vari cluster tramite un nuraghe chiave o ponte. Le cartine topografiche hanno evidenziate le curve di livello, il che permette di farsi un'idea di posizione e di contatto visivo tra diversi nuraghi.
Non devo aggiungere che la tesi esposta nel libro si oppone alla tesi di “sistema Onnis”, secondo me con successo.
Ci sono molte foto, purtroppo in bianco nero, non sempre di buona qualità. Per questi testi sarebbe forse opportuno allegare un CD con foto a colori e magari in 3D.
Una delle zone prese in considerazione è quella di Quartu. Nel 2012 sono stato con Alessandro a vedere i nuraghi del gruppo Is Orixeddus e lì ho scattato alcune foto che presento qui.
Nella prima c’è Alessandro sulle rovine di Orixeddus 2, segue una catena montuosa ripresa da Is Orixeddus 2, che è il monte Acutzu, con un nuraghe ed il monte Bruncu Casteddu; la terza foto è fatta da Is Orixeddus 1, riprende il monte Murtineddu. Sul passo tra questo monte e il M. Acutzu c’è un nuraghe che collegava i due gruppicluster di nuraghi. Questi monti che dividono i due cluster sono descritti nel libro.

Il libro termina con due domande/ipotesi .
I nuraghi, per il controllo del territorio, almeno uno per gruppo, sono stati costruiti prima del nuraghe ponte? Solo successivamente si è palesata la necessità di un collegamento? Questo ci direbbe che c’è stata un evoluzione di due o più gruppi residenti nelle zone limitrofe che per qualche ragione ha sentito bisogno di creare e mantenere un collegamento per un migliore ed efficace controllo del territorio e che da quel momento in poi non era più inteso individualmente ma come un estensione di tipo nazionale o parastatale.
Oppure: individuato il territorio sul quale disporre due o più gruppi si è prima costruito il nuraghe ponte e dopo i nuraghi delle zone residenziali? In questo caso si avrebbe una pianificazione del territorio di tipo coloniale. Un potere politico/militare decide di collegare e controllare più zone abitate e prima di costruire i nuraghi per il controllo del territorio costruisce il nuraghe ponte.
Come facilmente si capisce, in questo secondo caso si tratterebbe di un organizzazione territoriale e politica di livello superiore.
Una domanda per finire: cosa si intende per il controllo del territorio con una serie di nuraghi anche molto vicini tra loro? Per costruirne uno ci voleva tempo, uomini, soldi e popolazione di supporto che mantenesse ben pasciuti gli operai. Questo per fare un nuraghe poteva già essere un problema, ma per costruirne tanti nei tempi abbastanza ristretti doveva essere molto impegnativo. Il controllo del territorio era possibile in altro modo? Con altre costruzioni meno impegnative? Collegamento visivo con altre costruzioni si poteva fare? Mancava forse il legname in Sardegna?

Ancora complimenti agli studiosi del G.R.S. ed un ringraziamento ad Alessandro per il libro e la dedica.

Pagina Facebook dove richiedere il libro.

lunedì 20 luglio 2015

Zigantes de Pedras: Tomo I, Insediamento.




Dal tempo della pubblicazione del libro “La Luce del Toro” era desiderio degli autori
scrivere un testo ben più esaustivo. Il testo, nato come un singolo volume, è stato diviso sin
dall'inizio, per comodità, in tre parti principali: insediamento, architettura ed astronomia.
Per questioni editoriali, tuttavia, è stato necessario suddividere fisicamente le varie parti, ora
distinte in volume I: “Insediamento” in pratica uno studio sulle modalità adottate dai nuragici
per la costruzione dei loro monumenti eponimi, volume II: “Architettura”, che affronta il
tema da un punto di vista puramente costruttivo, ed infine il volume III: che tratta di “archeoastronomia”prenuragica e nuragica.
Questo primo volume, o “Tomo I”, di Zigantes de Pedras che il lettore si appresta a leggere, si focalizza sull'aspetto insediativo dei nuraghi,analizzando il soggetto sotto diversi punti di vista.
Il tema dei“nuraghi costieri” e dei nuraghi “portuali”, già affrontato in passato ed esposto in maniera preliminare dagli stessi autori sulle pagine della rivista “Sardegna Antica”, si ricollega a
quello dei nuraghi costruiti lungo le principali vie d'acqua, oltre che essere strettamente connesso al tema dei così detti “nuraghi comunicatori” e dei “sistemi a gruppi” o meglio“clusters”.
In definitiva questo primo volume, abbastanza contenuto e leggero nella trattazione,
espone le principali risposte secondo gli autori, sul perché i nuraghi vengano insediati
in particolari posizioni piuttosto che altre.
Attualmente è disponibile e potete richiedere la copia del Tomo I “Insediamento”, la vendita sarà disponibile solo per un periodo limitato. Potete ricevere il volume contattandoci attraverso la nostra pagina facebook o i nostri siti:


A breve termine saranno inseriti anche gli altri volumi e in questa sede verrà comunicato la loro disponibilità :
Tomo II “Architettura”

Tomo III “Archeoastronomia”

lunedì 27 ottobre 2014

Giornate di Studio in onore di Giovanni Lilliu (22-23/11/2014)


Giornate di Studio in onore di Giovanni Lilliu
nel centenario della sua nascita
Orroli - Villanovaforru 22-23 novembre 2014
Organizzazione generale: Mauro Perra, Paolo Bernardini

Programma

I giornata, 22 novembre, Orroli, Biblioteca Comunale
9,30 - Saluti del Sindaco Antonio Orgiana.
9,40 – Saluti Autorità.
10,00 - Presentazione di Vincenzo Santoni.
10,20 – Angela Antona, Giovanni Lilliu e la Gallura. “L’accantonamento culturale” alla luce delle nuove conoscenze.
10,40 – Giorgio Murru, La stratigrafia muraria di Su Nuraxi’e Cresia a Barumini.
11,00 - Coffee break
11,30 – Alberto Moravetti, Giovanni Lilliu e la Cultura di Monte Claro.
11,50 – Giacomo Paglietti, La stratigrafia nuragica del 1955: uno strumento ancora attuale alla luce delle nuove acquisizioni.
12,10 –Antonietta Boninu, Eredità e identità della conservazione dei beni archeologici.
12,30 –Nadia Canu, Giampiero Pianu, Lilliu e l’archeologia classica.
13,00 –Buffet
15,30 –Rossana Martorelli, Giovanni Lilliu, preistorico, sostenitore dell’archeologia cristiana.
15,50 –Rubens D’Oriano, Perchè non possiamo dirci nuragici:da Lilliu all'"archeosardismo".
16,10 - Mauro Perra, Giovanni Lilliu e le aristocrazie nuragiche.
16,30 –. Coffee Break
16,50 – Ginetto Bacco, La ceramica grezza altomedievale dal nuraghe Sa Jacca e la parallela produzione vascolare del Barigadu.
17,10 –Fulvia Lo Schiavo, Luciana Tocco, Giovanni Lilliu e la metallurgia nuragica: Il ripostiglio di s'Arrideli di Terralba.
17,30 – Riccardo Cicilloni, Il megalitismo preistorico nelle isole del Mediterraneo occidentale tra gli studi di Giovanni Lilliu e le nuove ricerche.
17,50 - Discussione
18,30 - Visita al Museo "Sa Dom'e su Nuraxi Arrubiu" di Orroli.
II giornata, 23 novembre, Villanovaforru, Hotel Funtana Noa
9,30 - Saluti del Sindaco Emanuela Cadeddu
9,40 – Saluti Autorità.
10,00 - Simonetta Angiolillo, Un ricordo di Giovanni Lilliu.
10,20 – Carlo Lugliè, Realtà materiale, discorso scientifico e ricostruzione archeologica: la Sardegna preistorica di Giovanni Lilliu.
10,40- Luisanna Usai, Religione e arte prenuragica negli scritti di Giovanni Lilliu.
11,00 - Coffee break
11,20 -Alessandro Usai, Giovanni Lilliu e Mont’e Prama.
11,40 –Fabrizio Frongia, Giovanni Lilliu, Barumini e l’UNESCO: alcune riflessioni su identità e patrimoni culturali.
12,00 –Fabio Pinna, Il ‘disegno progettuale’ di Giovanni Lilliu per l’archeologia medievale in Sardegna.
12,20 –Enrico Trudu, Giovanni Lilliu, Su Nuraxi di Barumini e la stratigrafia nuragica.
12,40- Paolo Bernardini, Giovanni Lilliu e i Fenici.
ore 13,00 Buffet
15,30 – Giulio Angioni, Giovanni Lilliu operatore politico-culturale.
15,50- Alfonso Stiglitz, "Gli itineranti del naufragio del millennio". Gli 'Shardana', i 'popoli del mare' e la Sardegna. Omaggio a Giovanni Lilliu.
16,10 - Paolo Benito Serra, L'ambra nei contesti tombali dell'orizzonte altomedievale della Sardegna.
16,30 - Coffee break
16,50 – Valentina Leonelli, Dal betilo aniconico al modello di nuraghe, il simbolismo. Un’altra eredità di Giovanni Lilliu.
17,10 - Discussione Generale
18,00-Conclusioni di Raimondo Zucca

18,30 Visita al Museo "Genna Maria" di Villanovaforru.

venerdì 19 settembre 2014

Perdas (19-20/09/14 Villa S. Antonio)



il 19 - 20 Settembre 2014 a Villa S.Antonio (Oristano) presso la piazza antistante la chiesetta di S. Antonio Abate.
Programma degli interventi
19 Settembre ore 19.00
Apertura dei lavori
19.00 – 19.30 Ivo Zoncu “ Pietre e suoni"
19.30 – 20.00 Giacobbe Manca "Pietre magico rituali in Sardegna”
20.00 – 20.30 Pinuccio Sciola “Pietre e armonia”
20.30 – 21.00 @Insopportabile “ Pietre, attente vedette del sardolicesimo
proiezione del film “Sciola oltre la pietra” di Franco Fais
21.45 saluti e ringraziamenti
Cena organizzata dalla Pro Loco per prenotare cell. 3471426833
20 Settembre ore 19.00
Apertura dei lavori
19.15 – 20.00 Salvatore Vacca “Pietre e la mente del corpo”
20.00 – 20.30 Carmine Piras “ Pietre e tecnica scultorea al tempo dei Guardiani del Sinis”
20.30 – 21.00 Mauro Aresu “Pietre ed Energie Vibrazionali”
21.00 – 21.45 Giacobbe Manca “Pietre ed evoluzione architettonica nuragica”
21.45 saluti e ringraziamenti.

venerdì 22 agosto 2014

Lo scavo delle Tombe di Su Fraigu a S. Sperate

Nel 1984 iniziai come tecnico di cantiere i lavori di ampliamento della ss 131 dal km 14+750 al km 18+100. I lavori prevedevano anche la costruzione di n. 2 cavalcavia. Uno era quello della foto. Da mesi erano iniziati i lavori e fino a quel momento nulla era mai emerso dai normali scavi stradali. Ma come sanno fare i cercatori d'oro o di petrolio, anche la Sovrintendenza sa dove trovare il suo greggio.
Quel giorno, fino a quel momento, era stato come tutti gli altri. Mi trovavo a dare istruzioni a un operatore di pala cingolata per asportare lo strato di coltre vegetale su una collinetta dove avremmo dovuto costruire le rampe e il cavalcavia in questione. Si fermò sul ciglio della strada una macchina e chi la conduceva mi si avvicinò presentandosi come assistente del prof. Giovannino Ugas, della Soprintendenza archeologica. Mi disse di continuare tranquillamente il mio lavoro. Nel frattempo, da un acquitrino a due passi da lì, si procurò delle canne e ricavatene dei picchetti incominciò a piantarli qui e lá sul terreno ormai ripulito dall'erba. "Scusi, ma perché pianta quei picchetti ?" Chiesi. "Con molta probabilità sotto ogni picchetto potrebbe esserci una tomba",mi rispose. E mi spiegò anche il perché. Poi dopo ore di lavoro aggiunse che da quel momento dovevo ritenere sospesi i lavori in quell'area. Ci impiegai poco a capire che ci tenevano d'occhio da tempo e non aspettavano altro che intervenissimo il quella specifica zona perché sapevano già che avrebbero potuto trovare proprio lì il loro greggio. E infatti fu così. L ANAS finanziò i lavori archeologici e la soprintendenza potè iniziare la sua campagna di scavo. I lavori durarono molto tempo.
Osservando bisturi, scopette, setacci, disegnatori, antropologi, potei soddisfare la curiostà dei miei giovani occhi seguendo l'avanzamento dei lavori e delle ipotesi che man mano si montavano e smontavano a secondo dei casi e dei ritrovamenti che emergevano. Chiaramente gli archeologi non proferivano parola, osservavano e andavano via. Gli operai, invece, che avevano la schiena china tutto il giorno sugli scavi, ogni tanto lasciavano trapelare qualcosa della loro arte e dei reperti che magari erano già stati portati via in tutta fretta in soprintendenza. Qualche volta capitai lì al momento giusto. Potei così godere di alcuni curiosissimi corredi funerari che ridavano vita nella mia mente a quelli scheletri così antichi quanto vicini per animo.
Evidentemente l'archeologo Giovannino Ugas aveva saputo scegliere bene il suo collaboratore. Infatti sotto quasi tutti quei picchetti, da lui infissi apparentemente alla rinfusa, furono rinvenute altrettante tombe, sepolture, nonchè quelle che dagli esperti sentivo chiamare "sacche nuragiche".
Nonostante il duro impegno nella costruzione della strada, quando passavo lì vicino non mancavo mai di avvicinarmi agli scavi. Per le maestranze archeologiche oramai ero diventato di casa, " novità ?" Ero solito chiedere. Devo dire che quello che mi fu detto fu detto con attento riserbo. E non so neanche se mi fu raccontato tutto sui reperti che effettivamente furono rinvenuti.
La superficie interessata dagli scavi ad occhio non superava i 1000 mq.
Le prime e la maggior parte delle sepolture rinvenute erano di tipo singolo, e senza un particolare ordine planimetrico. Consistevano nel modo più semplice e/o povero di seppellire un corpo. Dopo aver scavato una buca nel terreno, Il defunto veniva adagiato all'interno in posizione rannicchiata su un lato, poi ricoperto di terra. Questa particolare posizione era chiamata dagli esperti "Posizione Fetale".
Lo scavo archeologico della sepoltura avveniva invece a piccoli strati successivi e ogni strato documentato. Lo scheletro iniziava a comparire come spesso vediamo fare con i dinosauri. La terra man mano asportata veniva depositata in prossimità dello scavo fino a formare un piccolo cumulo. Successivamente veniva passata minuziosamente tutta al setaccio. E grazie a questo lavoro che un frammento piccolo come metá di uno stuzzicadenti e incrostato da potersi confondere facilmente con la terra poteva essere ripulito per presentarsi definitivamente ed essere catalogato per quello che era: " FORCINA PER CAPELLI ". Ricordo che in altre sepolture furono rinvenuti come corredi funerari vari tipi di vasellame.
Un giorno fui più fortunato. Capitai lì mentre era stato appena rinvenuto un singolare reperto. " Di cosa si tratta ?" Questa é la domanda che mi fu rivolta mentre mi avvicinavo a loro e contemporaneamente mi veniva mostrata con estrema cura e dolcezza una terracotta. " una piccola brocca" risposi di getto. "Guardala bene, cosa é ? Guarda questo !!!!" . Mi fu indicata una piccola protuberanza che si trovava in corrispondenza della parte alta della pancia della brocchetta. Questo capezzolo non era più grande di mezzo dito medio e aveva un forellino passante che partiva dalla punta fin dentro la brocca. Dovettero dirmelo, non ci sarei mai arrivato. Non ricordo, ma forse non sapevo ancora che era stato recuperato vicino allo scheletrino di un infante. Si trattava di un BIBERON d'altri tempi.
Non saprei dirvi quale sia la tecnica migliore per pescare le anguille. So per certo però, come ne pescammo una noi in cantiere. Eravamo intenti a scavare una piccola porzione di terreno per allargare la strada esistente. Arrivati a ridosso dell'acquitrino che si trovava ai piedi della collinetta oggetto degli scavi archeologici, l'escavatore affondò ancora la benna, questa volta però scomparve nella torba. Quando rispuntò fuori alta, con il suo carico di terra nera grondante d'acqua, a cavallo dei dentoni d'acciaio faceva bella mostra un'anguilla enorme. Una così grande non l'ho più rivista in vita mia. Sarà stata un metro di lunghezza o forse più. Lucente di un verde chiaro fluorescente che sfumava al giallo nel ventre. Cosa c'entra questo con l'archeologia lo pensai tempo dopo, collegandolo a un'altro fatto. Nel frattempo i lavori archeologici continuavano.
Di cosa si nutrivano i nostri antenati? Domanda stupida. Però fa un certo effetto immaginare che una piccola comunità, forse una famiglia, tantissimo tempo fa avesse consumato in prossimità delle tombe un'abbondante pasto di arselle. Forse per non attirare vespe, api, o altri insetti fastidiosi fecero un fossetto per terra grande come un secchio e vi riversarono dentro i gusci avanzati. Quando fu rinvenuto gli operai mi dissero trattarsi di una cosiddetta "SACCA NURAGICA".
Chissà se poi si chiamano veramente così. Non posso escludere che qualche operaio comune, per sentirsi importante ai miei occhi, estendesse terminologie sentite dagli archeologi a situazioni non appropriate. Comunque il ritrovamento di questi gusci lo collegai all'acquitrino a due passi da lì e logicamente al capitone che pescammo con l'escavatore. Una riflessione del tutto personale, s'intende' ma la presenza dell'acquitrino ricco di alimenti poteva giustificare la presenza dell'uomo nei d'intorni in vari periodi e perciò la necropoli con sepolture e tombe di epoche diverse.
Infatti, oltre alle sepolture singole effettuate direttamente su terreno, furono rinvenute anche delle vere e proprie tombe.
Sono passati ormai 30 anni da quei giorni. I ricordi sono un po offuscati e
non rammento più quante tombe a manufatto emersero. Due però me le ricordo con certezza, forse per la loro particolarità rispetto alle altre. Erano infatti tombe collettive.
La prima era di pianta regolare. Muratura perimetrale in pietra. La copertura ricavata con pietroni a lastra grossolana posati inclinati uno contro l'altro come si può fare con due carte da gioco. Nell'insieme aveva tutta l'aria di una piccola casetta tipo quelle di cartone con cui giocavano una volta i nostri figli, anche se più grande. Chiaramente tutto era sottoterra e durante lo scavo la prima cosa che emergeva era la copertura. Una tra le prime pietre rinvenute in copertura era inconfondibilmente lavorata dall'uomo. Scavata in modo regolare al modo di una vaschetta per la raccolta dell'acqua o di piccolo abbeveratoio, e probabilmente lo era stato. Non ricordo se fosse di calcare o arenaria, ma era una pietra eccessivamente porosa da sembrare una grossa spugna. Probabilmente proprio perché non tratteneva più l'acqua, i nostri antenati decisero di riutilizzarla per la costruzione della copertura della tomba. Dicevo prima che questa era la prima tomba collettiva messa in luce in questo sito. Il numero dei corpi, se la mente non mi inganna, era di 13. Gli scheletri vennero trovati come solito in vari strati successivi. Negli angoli all'interno della tomba furono trovati un certo numero di crani raccolti vicini tra di loro. Questo particolare testimoniava che i corpi furono seppelliti in tempi successivi. Evidentemente capitò che per seppellire un corpo si rese necessario creargli dello spazio tra i resti di precedenti morti. Alcuni crani, essendo la parte più voluminosa, vennero perciò spinti negli angoli della tomba prima di inserire il nuovo defunto.
Gli addetti agli scavi, in generale, non sembravano particolarmente colpiti da tutto quello che fino a lì era stato messo in luce. Evidentemente per loro era di routine. Ma a pochi metri di distanza da questa tomba ne avrebbero scavata un'altra che risollevò all'improvviso il loro interesse.
Si trattava di un'altra tomba collettiva. Si capì subito che era decisamente più importante della precedente, se non altro per le sue dimensioni. Sarà stata lunga dai 3 ai 4 metri e larga forse 1,80. Anche questa era confinata perimetralmente da una muratura in pietra calcarea di forma planimetrica leggermente ad ellisse. La profondità era ancora tutta da scoprire.
Le dimensioni della tomba in relazione al numero degli scheletri visibili, già dal primo strato di scavo, erano sufficienti a catturare l'attenzione e la curiosità di ogni persona che a vario titolo capitava lì. In piedi, e guardando verso il basso, tutti non riuscivano a far altro che rimanere ammutoliti. Così rimasi anch'io.
Gli addetti ricurvi sullo scavo con cazzuolini, scopini e altri attrezzi, avevano messo in luce dalla terra quella che a prima vista appariva come una impenetrabile giungla di ossa.
Quasi per caso presi di mira un teschio e scendendo con la vista attraverso la colonna vertebrale percorsi interamente il suo scheletro fino a tutte le periferie. In mezzo a tutti gli altri mi apparve infine chiaro questo corpo. Feci lo stesso esercizio con gli altri scheletri vicini e così via, finché tutto quello strato di ossa disordinate si trasformò chiaramente nelle sagome dei corpi deposti. Avevo davanti a me la stessa vista che un nostro antenato, secoli e secoli fa, lasciò alle sue spalle dopo aver deposto l'ultimo defunto.
Gli scavi continuavano lentamente. Finito uno strato si passava a quello successivo come si gira la pagina di un libro. Il numero dei defunti aumentava inarrestabile, 10, 20, 30, 40, 50,....100,...150....200 .. e ancora si scavava. Il computo avveniva in modo incrociato. Si contavano distintamente i teschi e i bacini, rispettivamente con numeri e lettere. Ricordo che a un certo punto il conteggio non tornava; il numero dei teschi non coincideva più con quello dei bacini. Non saprei dirvi il perché, tantomeno venni a conoscenza delle risultanze finali del computo.
Non ricordo se gli scheletri fossero in prevalenza maschi o femmine. Ma tra tutti, quello che mi é rimasto impresso era certamente di una donna, al punto che ancora oggi l'ho davanti agli occhi.
Il suo corpo era stato deposto supino, le braccia distese sui fianchi risalivano con gli avambracci verso l'addome. E lì, le mani, con i palmi simmetricamente rivolti verso il ventre sembravano proteggerlo. Sotto le mani giaceva rannicchiato uno scheletrino interamente ben formato. Era talmente piccolo che il cranio non era più spesso di un guscio d'uovo. Infatti risultava schiacciato in mille pezzi non avendo sopportato il peso sovrastante. Questa vista toccò profondamente tutti. La donna era sicuramente deceduta, e con lei il suo piccolo, in stato di gravidanza avanzata o forse di parto.
Fin dall'inizio, vista la quantità degli scheletri che andava aumentando, il tema conduttore dello scavo era diventato il " Mistero ".
Io ricordo oltre 200 scheletri ma ho letto in un post che si raggiunsero addirittura i 292.
Si trattava di un'epidemia, di morti in battaglia o cos'altro?
Purtroppo le analisi necessarie a risolvere il mistero sarebbero tante, multidisciplinari e sopratutto di valenza scientifica. Sicuramente il Direttore degli scavi, l'archeologo Giovannino Ugas, avrà pubblicato o quantomeno effettuato una relazione finale con scientifiche conclusioni. Rimando perciò la vostra ricerca presso gli istituti competenti.
Per quanto mi riguarda ho voluto raccontarvi i miei ricordi. Volutamente ho tralasciato di citare datazioni o altro relativamente a reperti e tombe. Questo per non incorrere nei classici errori del profano di turno che si cimenta in campi non suoi. E non escludo che, nonostante questa cautela, non possa averne commessi.
Però, tra i tanti interrogativi che mi posi a uno avrei potuto trovare risposta autonomamente. Il quesito era questo: se la causa fosse stata un'epidemia o si trattasse di morti in battaglia, sarebbero potuto starci in un sol momento 292 morti all'interno di una tomba di queste dimensioni ?
Se si riempisse una vasca d'acqua fino all'orlo e poi si immergesse un corpo, mediamente la quantità di acqua tracimante sarebbe di circa 90 litri, ovvero 0,09mc.
Perciò mc 0,09 * 292 corpi= mc 26 (volume specifico). Questo volume andrebbe maggiorato degli spazi vuoti che certamente si verrebbero a creare tra i corpi a contatto. Stimo perciò in modo restrittivo un aumento del 20% sul totale. Si otterrebbero così circa 31 mc ( volume totale necessario per farci stare 292 morti)
Considerando la tomba lunga circa mt 4,00 e larga 1,80 la sua superficie risulterebbe di mq 7,2.
Dividendo mc 31/mq 7,2 = mt 4,30 (altezza che avrebbe dovuto avere la tomba per contenere 292 morti deposti nello stesso periodo).
Non ricordo esattamente le misure della tomba, ma anche se fosse stata leggermente più lunga e più larga sicuramente non raggiungeva i 2,00 mt di altezza, anzi forse non arrivava a 1,60 mt. Altezza decisamente inferiore a quella necessaria di oltre 4 metri.
CONCLUSIONE
I morti furono deposti in tempi successivi abbastanza distanti tra loro da permettere nel frattempo la diminuzione del volume dei precedenti defunti. Caso contrario lo spazio non sarebbe risultato sufficiente a contenerli tutti. A mio giudizio perciò non si trattò nè di epidemia (leggi unica epidemia) ne tantomeno di morti in battaglia ( leggi unica battaglia).
Alla fine degli scavi fu costruita un ulteriore campata del cavalcavia per salvaguardare la tomba. Tante altre dopo essere state ben documentate furono reinterrate e finirono sotto i rilevati stradali.

Antonello Argiolas

domenica 3 novembre 2013

Videointervista di Contusu.it sulla Tomba dei Giganti di Quartu S. Elena

Con grande piacere riproponiamo la scoperta della Tomba dei Giganti di Niu Crobu (ribattezzata poi "Sa Tumba Cuada de Niu Crobu" o più semplicemente "Niu Crobu Cuada") scoperta da Alessandro Atzeni e Sandro Garau nel comune di Quartu S. Elena. Tramite questa video intervista vorremmo sensibilizzare il pubblico, nonché il comune di Quartu dell'impellente necessità di attivare delle campagne di scavo presso i suoi monumenti più importanti (come questa tomba) e di attuare una valorizzazione efficace affinché i nostri monumenti Nuragici (ben 40) possano essere fruiti dal pubblico. I complimenti vanno sopratutto al sito di www.contusu.it e ai suoi mitici admin per la costanza con cui portano avanti la loro piattaforma web, uno dei migliori siti di informazione sulla storia, la cultura, le tradizioni e l'archeologia della Sardegna.



lunedì 28 ottobre 2013

Svelato il mistero del collasso dell'età del Bronzo?


Cosa successe 3.200 anni fa sulle rive orientali del Mediterraneo?
"In pochissimo tempo, l'intero mondo dell'Età del Bronzo crollò", racconta Israel Finkelstein, archeologo dell'Università di Tel Aviv. "L'impero ittita, l'Egitto dei faraoni, la civiltà micenea in Grecia, il regno di Cipro, celebre per la produzione del rame, la grande città-mercato di Ugarit, sulla costa siriana, le città-Stato cananite, sotto l'egemonia egiziana: tutte queste civiltà scomparvero, e solo dopo qualche tempo furono rimpiazzate dai regni territoriali dell'Età del Ferro, come quelli di Israele e di Giuda".
Il mistero fa discutere gli scienziati da decenni. Si è pensato a guerre, pestilenze, disastri naturali improvvisi. Ora Finkelstein e i suoi colleghi ritengono di aver trovato una soluzione studiando particelle di polline estratti dai sedimenti estratti sul fondo del lago di Tiberiade (o mar di Galilea). A mettere in crisi quelle civiltà fu la siccità, anzi una serie di gravi periodi di siccità succedutisi nell'arco di 150 anni, tra il 1250 e il 1100 a.C. circa.
L'équipe ha preso in esame campioni di sedimenti depositati sul fondo del lago nel corso degli ultimi 9.000 anni, ed estratti grazie a carotaggi fino a 18 metri di profondità.
Le "impronte digitali" delle piante
"Ci siamo concentrati sull'intervallo di tempo tra il 3200 a.C. e il 500 a.C.", spiega Dafna Langgut, palinologa (ossia studiosa di antichi pollini) dell'Università di Tel Aviv e autrice, assieme a Finkelstein e al geologo dell'Università Thomas Litt, dello studio, pubblicato questa settimana sulla rivista Tel Aviv: Journal of the Institute of Archaeology of Tel Aviv University.
Studiando campioni di polline prelevati da strati di sedimenti depositati a intervalli di un quarantina d'anni, gli scienziati sono riusciti a ricostruire i cambiamenti avvenuti nella vegetazione. "I granelli di polline sono le 'impronte digitali' delle piante", dice Langgut. "Sono utilissimi per ricostruire le condizioni della vegetazione e del clima nell'antichità".
Intorno al 1250 a.C., gli scienziati hanno notato un netto calo della presenza di querce, pini e carrubi, la tradizionale flora del Mediterraneo durante l'Età del Bronzo, e un aumento delle piante che si trovano di solito in regioni semiaride. Si notava anche una grossa diminuzione degli ulivi, segno di una crisi dell'agricoltura. Tutto insomma faceva pensare che la regione fosse afflitta da siccità gravi e prolungate.
Carestie e tumulti
Gli anni fondamentali per il crollo, prosegue Finkelstein, furono probabilmente quelli tra il 1185 e il 1130 a.C., ma si trattò di un processo che avvenne su un arco di tempo abbastanza lungo. "Secondo me il cambiamento climatico può essere considerato una sorta di scintilla che diede il via a una serie di eventi a catena. Ad esempio, il crollo dei raccolti costrinse alcuni gruppi che abitavano nelle regioni settentrionali a migrare in cerca di cibo, magari scacciando altre comunità che a loro volta si spostarono per terra e per mare. Questa reazione a catena suscitò guerre e distruzioni e mise in crisi il delicato sistema commerciale del Mediterraneo orientale.
Le conclusioni raggiunte dagli scienziati, anche grazie alla datazione al radiocarbonio, coincidono quasi alla perfezione con i pochi resoconti storici del periodo, che appunto narrano di carestie, interruzioni delle rotte commerciali, tumulti, saccheggi e guerre per impadronirsi delle scarse risorse. La tarda Età del Bronzo fu anche il periodo in cui bande di predoni, detti "Popoli del mare" cominciarono a razziare le coste della regione.

La crisi finì solo con il ritorno delle piogge, quando le comunità costrette al nomadismo dalla fame poterono tornare stanziali.

Articolo originale su www.nationalgeographic.it

venerdì 4 ottobre 2013

L'ossidiana del Monte Arci (Sardegna) sin in Spagna!

Seis peças de obsidiana usadas por homens pré-históricos “viajaram” 1200 km há 6000 anos

LUSA 02/10/2013 - 15:12



Pedaços da rocha vulcânica, usada para fabricar ferramentas, foram transportadas, no Neolítico, da ilha da Sardenha até Barcelona.

Resultados divulgados esta quarta-feira por uma equipa investigadores do Conselho Superior de Investigações Científicas (CSIC) espanhol revelam que seis peças de obsidiana – uma rocha vulcânica negra e vidrada – encontradas em antigos túmulos na zona de Barcelona provêm, na realidade, do maciço vulcânico de Monte Arci, na ilha de Sardenha.

“Trata-se da máxima distância documentada até à data no transporte desta matéria-prima, uma rocha usada para elaborar ferramentas no Mediterrâneo Ocidental, durante o Neolítico”, refere o CSIC em comunicado.

As seis peças analisadas -- cinco folhas e uma matriz, a massa de matéria da que se extraíram as folhas -- teriam, segundo os investigadores, mais relação com o prestígio social dos seus donos do que com o fim para o que foram elaboradas, já que foram depositadas em túmulos individuais.

“O estudo das impressões de desgaste dos restos demonstra a sua utilização em actividades quotidianas, de modo que não se trata de oferendas funerárias”, explicam ainda os investigadores. “No entanto, a rareza desta matéria-prima no contexto geográfico estudado e a provável inacessibilidade a estes produtos da maior parte da sociedade conferem-lhes uma exclusividade específica”, explica Xavier Terradas, um dos autores do estudo publicado no na revista Journal of Archaeological Science.

Os seis fragmentos analisados provêm de cinco túmulos localizados na província de Barcelona: Can Tiana (Ripollet), Bòbila Madurell (Sant Quirze do Vallès), Can Gambús (Sabadell), Minas de Gavà e La Serreta (Villafranca de Penedès).

Os investigadores utilizaram fluorescência de raios X e uma outra técnica, conhecida por A-ICP-MS (Laser Ablation Inductively Coupled Plasma Mass Spectrometry), que permite analisar a ‘impressão digital’ química da peça e compará-la com o seu local de origem. “Este tipo de vidro vulcânico negro foi profusamente explorado durante o Neolítico. Os restos que analisámos percorreram mais de 1200 quilómetros e foram transportados por terra para á dos Pirenéus, já que é improvável uma navegação em mar aberto”, explica o cientista.

Segundo o CSIC, estes grupos neolíticos chegaram a participar em verdadeiras redes de intercâmbio de materiais, produtos e ideias mediante a difusão de produtos locais, como os ornamentos corporais elaborados com variscita das minas de Gavà ou o sal de Cardona (Barcelona). Ao mesmo tempo, recebiam produtos de fora, como os elaborados com sílex de origem provençal, machados de procedência alpina, ou artefactos talhados de obsidiana.

“Todos estes restos são singulares pela rareza das matérias com as que foram elaborados, procedentes de locais situados a centenas de quilómetros de distância e que provavelmente não estavam ao alcance de toda a população”, diz aindaTerradas. “Fica claro que estamos perante uma série de produções artesanais especializadas, com um objectivo claramente dirigido para o intercâmbio, cujo alcance se manifesta ao longo de um vasto território europeu”, conclui.


Os restos analisados no estudo serão expostos a partir de 18 de novembro na Residência dos Investigadores, em Barcelona.

sabato 18 maggio 2013