domenica 19 febbraio 2012

Prehistoric warriors from Sardinia re-assembled!

An elite force of prehistoric
warriors – carved from solid rock in the western Mediterranean 2700 years ago –
is rising from oblivion.

Archaeologists and conservation experts on the Italian island of Sardinia have succeeded in re-assembling literally thousands of fragments of smashed sculpture to recreate a small yet unique army of life-size stone warriors which were originally destroyed by enemy action in the middle of the first millennium BC.

It’s the only group of sculpted life-sized warriors ever found in Europe. Though consisting of a much smaller number of figures than China’s famous Terracotta Army, the Sardinia example is 500 years older and is made of stone rather than pottery.

After an eight year conservation and reconstruction program, 25 of the original 33 sculpted stone warriors – archers, shield-holding ‘boxers’ and probable swordsmen – have now been substantially re-assembled.

The warriors were originally sculpted and placed on guard over the graves of elite Iron Age Sardinians, buried in the 8 century BC. The stone guardians are thought to have represented the dead individuals or to have acted as their eternal body-guards and retainers.

However, within a few centuries, the Carthaginians (from what is now Tunisia) invaded Sardinia – and archaeologists suspect that it was they who smashed the stone warriors (and stone models of native fortress shrines) into five thousand fragments. It’s likely that the small sculpted army - and the graves they were guarding - were seen by the invaders as important symbols of indigenous power and status.

The site was abandoned and forgotten. Carthaginian control of Sardinia gave way to Roman, then Vandal, then Byzantine, Pisan, Aragonese, Spanish, Austrian, Savoyard and finally Italian rule.

The thousands of fragments were rediscovered only in the 1970s – and were excavated in the early 1980s by Italian archaeologist Carlo Troncheti. Two of the statues were then re-assembled – but the vast majority of the material was put into a local museum store where it stayed until 2004 when re-assembly work on the fragments was re-started by conservators in Sassari, northern Sardinia.

Sardinia’s newly recreated ‘stone army’ is set to focus attention on one of the world’s least known yet most impressive ancient civilizations – the so-called Nuragic culture which dominated the island from the 16 century BC to the late 6 century BC. Its Bronze Age heyday was in the mid second millennium BC - roughly from the 16 to the 13 century BC, when it constructed some of the most impressive architectural monuments ever produced in prehistory.

Even today, the remains of 7000 Nuragic fortresses (the oldest castles in Europe) still dominate the landscape of Sardinia. Several dozen have stood the test of time exceptionally well – and give an extraordinary impression of what Sardinian Bronze Age military architecture looked like.

The re-assembled stone army is expected to go on display from this summer at southern Sardinia’s Cagliari Museum, 70 miles south-east of the find site, Monte Prama in central Sardinia.

Many of the stone warriors are armed with bows or protected by shields – and wear protective carved stone armour over their chests and horned stone helmet over their heads. Some of the fighters – those believed to portray boxers – carry shields in their left hands, held aloft over their heads. These ‘boxers’ may well have represented or embodied shield-bearers serving the high-ranking members of the Sardinian Iron Age interred in the adjacent graves.

There were also a series of at least ten model Nuragic castles of different designs – some single-towered and others sporting more elaborate ‘multi-tower’ fortifications.

It’s likely that the models represent the actual monumental buildings (Bronze Age fortresses transformed into Iron Age ‘ancestral’ shrines) associated with each buried individual’s immediate family.

The ruling elite of this part of Sardinia may well have been a relatively tightly knit group of closely related individuals. For scientific work carried out on the skeletal material at a laboratory in Florence, suggests that most of the dead individuals were from just two generations of a single extended family.

Fonte: http://www.independent.co.uk/news/science/archaeology/prehistoric-cybermen-sardinias-lost-warriors-rise-from-the-dust-6988952.html

martedì 31 gennaio 2012

Ugas rilancia e raddoppia: le sue risposte sulla resistenza degli Iliesi

Giovedì 26 Gennaio 2012 15:26

di Giovanni Ugas

Nel rispondere a coloro che sono intervenuti per commentare la mia nota sugli scavi di Sirilò di Orgosolo, debbo precisare che, nel portare la mia attenzione sulla questione, mi sono limitato a rimarcare il fatto che, stando alle fonti storiche, le aree montane interne della Sardegna restarono indipendenti sino al II secolo d.C.

E non ho affatto toccato il tema ben più ampio e complesso della costante resistenziale. Inoltre, non posso fare a meno di premettere, a scanso di equivoci, che né la mia persona né le mie ricerche sono condizionate da preconcetti di alcun genere, poiché non ho mai cercato di sedermi su uno scanno per guardare gli altri dall’alto verso il basso, ma neanche penso di tenere il capo chino; per dirla in breve la diplomazia non è il mio forte e sono per l’uguaglianza dei diritti e dei doveri e non per le gerarchie umane che portano alla fame, non solo culturale, e alla schiavitù di tanti esseri umani. Per di più preferisco ricercare e imparare più che insegnare, anche se talora è doveroso farlo e lo impongono le necessità della vita e il caso come affermava Jacques Monod. Ovviamente nel mio lavoro posso sbagliare, come del resto può errare chi ha voluto leggere la mia nota, ma non accetto giudizi pretestuosi da parte di nessuno.

Io ho l’abitudine di rispettare il prossimo e chiedo altrettanto rispetto e lo chiedo anche per i colleghi archeologi che con sacrifici e passione svolgono il proprio lavoro. Molti colleghi evitano di intervenire nei blog perché sono diventati teatri di contese assurde e inconcepibili per non dire altro. Per ricercare la verità e per diffondere i propri principi non c’è la necessità di offendere, basta rimarcare il proprio pensiero ed evidenziare i possibili errori altrui. Ho detto possibili perché, ovviamente, tutti possiamo avere la verità in testa e tutti possiamo sbagliare, indipendentemente dal nostro titolo di studio e dalla professione esercitata. Il tempo giudicherà chi ha ragione e chi ha torto. Mi auguro, dunque, che si arrivi a un confronto di idee civile, corretto e rispettoso, perché altrimenti è meglio starsene a casa propria, ad ascoltare un nastro registrato con la propria voce o con quella del proprio idolo. Detto ciò passiamo ad analizzare i commenti.

- Ribadisco il concetto che a mio avviso, stando ai dati della letteratura antica (intendendo anche tutto Diodoro Siculo!) e a quelli archeologici a disposizione, una parte della Sardegna, vale a dire l’area montana delle Barbagie abitata dagli Iliesi fin dal Neolitico e diventata terra di rifugio di altre genti iliesi provenienti dalle terre occupate dai Cartaginesi dopo il 510 a.C. , non solo era resistente, ma libera e indipendente sino al II secolo dopo Cristo.

Più tardi, a partire dal III secolo d. C. la condizione di indipendenza dell’area iliese-barbaricina non appare più in modo chiaro poiché mancano fonti dirette. Infatti, se da un lato nessuno storico afferma esplicitamente che tutta la Sardegna a partire dal III secolo d.C. era passata nelle mani di Roma, dall’altro non vi è neppure chi sostenga che la parte interna dell’isola era libera e indipendente. In effetti, esistono ragioni per pensare sia che lo status di indipendenza delle aree interne fosse perdurato almeno sino al VII secolo dopo Cristo, sia per negarlo. Sto parlando di indipendenza e non di resistenza ai Romani; questa è implicita in una situazione di indipendenza e di contesa tra popoli. Un’altra cosa è la questione della resistenza culturale e politica (e talora guerrigliera) e della costante resistenziale dopo la perdita della indipendenza, benché profondamente legata e di fatto derivante dalla precedente e che non riguarda solo, come giustamente alcuni hanno osservato, l’area barbaricina ma l’intera isola, benché le Barbagie e l’Ogliastra interna abbiano dimostrato una particolare forza e coesione resistenziale, latente o esplicitamente espressa, derivata da innegabili avvenimenti storici e da una propria identità culturale. Ovviamente, uno ha il diritto di non sentirsi indipendentista e di non far parte di una nazione che si oppone allo stato, ma sbaglia quando nega che altri possano nutrire sentimenti di libertà e di autodeterminazione. Basta il solo fatto che ci siano le persone che li dichiarino. Tuttavia, non intendo discutere della costante resistenziale nemmeno in questo mio intervento.

Come ho accennato nella mia nota, l’editto dell’imperatore M. Aurelio Antonino (Caracalla) del 212 che assegnava a tutti i sudditi, e dunque anche ai Sardi, la condizione di cittadini romani fu una mossa politica strategica per rendere più coeso l’impero e ho rilevato che da questa iniziativa imperiale poteva essere derivato un ammorbidimento del conflitto tra i Romani e le popolazioni dell’interno. Fatto sta che mentre dalla descrizione di Tolomeo della metà del II secolo d.C. non emerge la presenza di tappe stradali romane nella Barbagia, e i percorsi sono sostanzialmente costieri e tendono a congiungere i luoghi portuali, le piane campidanesi, e pochi altri siti interni, diversamente nell’Itinerarium Antonini, attribuito al tempo di Caracalla (212-217 d. C.), ma noto da età successiva, si evince l’esistenza di percorsi viari interni e in particolare, come è stato osservato in qualche commento alla mia nota (Elio), di un percorso stradale terrestre che congiungeva Caralis a Olbia passando per Biora (presso Serri), Sorabile e Caput Tirsi (Sorgenti del Tirso, Buddusò) e dunque attraversando la Trexenta, il Sarcidano e il Mandrolisai. Si tratta di un tracciato che ripercorre in parte l’attuale SS 128 che tocca Laconi e Sorgono e risale verso il ponte di Gusana e l’antico insediamento di Sorabile a Ovest di Fonni, restando sostanzialmente ai margini occidentali dei territori barbaricini centro meridionali e invece intersecando un tratto della Barbagia di Ollolai per risalire verso Bitti attraverso Gavoi, Orani e Oniferi o, cosa più improbabile, facendo tappa nell’agro di Lodine, Mamoiada e Nuoro.

La penetrazione romana in Barbagia, attestata da un buon numero di iscrizioni trovate nell’agro di Fonni non è ben definita nei suoi contorni geografici né ben determinata nei tempi. Soprattutto non sappiamo in che forma e in quali tempi si è diffusa una certa onomastica latina. Il Pittau ha richiamato giustamente una serie di nomi barbaricini che hanno un’origine latina, benché su alcuni importanti toponimi quali Fonni e Mamoiada forse occorra sospendere ancora il giudizio.

Occorre chiedersi se questi dati e altri relativi alle iscrizioni e ad alcuni miliari siano sufficienti per affermare senza dubbi che nel III secolo d. C, se non già prima, tutta la regione montuosa del Gennargentu e delle Barbagie fu soggiogata da Roma. Io penso di no, soprattutto tenendo presente ciò che avvenne due secoli dopo, in età vandalica e bizantina. È vero che un tracciato stradale è spesso condizionato dalla morfologia dei suoli e si può ipotizzare che il percorso romano da Cagliari a Olbia non avesse attraversato in pieno i territori barbaricini per evitare i rilievi piuttosto aspri che li contrassegnano, ma d’altra parte si può sostenere che la regione delle Barbagie rimase sostanzialmente indipendente e che fu attraversato solo in una sorta di enclave nella sua porzione nordoccidentale.

Per risolvere queste questioni occorrerà attendere nuovi dati archeologici, perché le notizie della letteratura, come detto, non consentono certezze. A questa ultima ipotesi, tuttavia conducono i dati della letteratura relativi alle azioni dell’imperatore di Bisanzio Maurizio Augusto vissuto tra il 582 e il 602, in particolare alcune lettere del pontefice Gregorio Magno scritte tra il 594 e il 601. Dalla corrispondenza e da altri elementi, come rilevato da vari studiosi e in particolare Mario Perra nella sua raccolta di fonti letterarie antiche, emerge che l’imperatore bizantino aveva ordinato a Zabarda, Dux, cioè comandante generale dell’esercito di Maurizo Augusto in Sardegna, di stanza a Fordongianus di condurre un’azione militare contro i Barbaricini, cioè i discendenti degli antichi iliesi. Nel 594 Gregorio Magno, informato degli esiti positivi dell’azione di Zabarda e sul fatto che è sul punto di stipulare un trattato di pace con i Barbaricini, invia la seguente lettera allo stesso Zabarda: “… Difatti mi hanno scritto che voi avete disposto di stipulare la pace con i Barbaricini, in modo da portarli poi al servizio di Cristo…”.

Quali siano le condizioni esatte del trattato di pace, che di per sé presuppone una indubbia autonomia dei Barbaricini, passata o ancora presente, noi non lo sappiamo, ma la pressione del papa è forte affinché si giunga a una pace a tutti i costi per consentire alla Chiesa di Roma un’azione di conversione al Cristianesimo dei Barbaricini, e forse promettendo di ottenere col verbo ciò che non potevano le armi. Per raggiungere il suo scopo, nello stesso anno 594, il papa Gregorio Magno si rivolge direttamente a Ospitone, riconosciuto come capo e condottiero delle popolazioni barbaricine: “Poiché della vostra gente nessuno è cristiano, questo so, tu sei la persona più autorevole di tutta la tua gente per il fatto che sei cristiano. Infatti, mentre tutti i Barbaricini,come animali insensati, ignorando il vero Dio e adorando (idoli di) legno e pietre,, tu, per il semplice fatto che adori il vero Dio, hai modo di dimostrare la tua superiorità su di loro. Pertanto … devi mostrare a Cristo la tua eccellenza perché possa condurre a lui tutti quelli che potrai, facendoli battezzare ed esortandoli ad amare la vita eterna…”. Come si evince da una lettera successiva (anno 599) di Papa Gregorio a Vitale, procuratore dei beni ecclesiastici, gli accordi porteranno anche all’acquisto da parte del notaio Bonifacio, inviato dal papa, di schiavi barbaricini da destinare “al servizio degli ospizi di povertà”. Un altro elemento per sostenere l’autonomia se non la piena indipendenza delle Barbagie in età bizantina può essere la lettera indirizzata nel 600 da Gregorio Magno a Spesindeo (12): “dato che, come si sente dire, non pochi barbari e provinciali della Sardegna si fanno avanti con gran devozione e col favore divino , per entrare nella fede Cristiana, La vostra magnificenza si adoperi come si conviene, col suo zelo in questa missione, e col fervore si aggiunga al nostro fratello e coepiscopo Vittore, allo scopo di convertirli e battezzarli”.

Chi sono questi “barbari” che abitano in Sardegna e sono distinti dai cittadini della provincia sarda di Bisanzio? Tutto porta a pensare che si tratti ancora dei Barbaricini e in tal caso si dovrebbe parlare di una loro indipendenza rispetto a Bisanzio ancora in piena età bizantina, nel secolo VII e oltre. In ogni caso i Barbaricini erano ben distinti dalla restante popolazione della provincia imperiale della Sardegna, come emerge con evidenza dai toponimi di “Brabaxinus” e simili tanto frequenti nelle restanti regioni dell’isola.

- Riguardo al rifugio degli Iolei/Iliesi delle aree di pianura (Iolaia pedia) nelle aree montane dell’interno a seguito degli scontri con i Cartaginesi, è un evento ben accertato. Piuttosto non è molto chiaro chi incontrarono sulle montagne questi Iliesi in fuga. Si potrebbe pensare ad altri Iliesi oppure anche, tenendo presente un passo di Strabone (V,2,7), ai Tirreni, una popolazione indigena che gli Iolei avrebbero incontrato nell’isola. Ovviamente chi fossero questi Tirreni di Sardegna è un bel problema, già affrontato in termini non risolutivi e che non può prescindere dall’esame delle possibili relazioni con gli Etruschi di tarda età storica. Per quanto attiene questo specifico contesto occorre procedere per ipotesi e non si hanno certezze. A giudicare da altre fonti si potrebbe pensare a Corsi stanziati fin dal Primo Neolitico sulle regioni montane e non cacciati all’arrivo degli Iliesi nel medio/tardo neolitico. Ma non è da escludere che si trattasse di Balari iberici, costruttori di torri, sopraggiunti nell’Eneolitico tardo e nel Bronzo Antico, che si incunearono tra gli Iliesi e i Corsi e si espansero anche nella Barbagia Settentrionale.

Quest’ultima ipotesi si scontra con il fatto che altre notizie delle fonti e alcune iscrizioni di confine latine indicano che gli Iliesi occupavano al tempo dei Romani il centro-sud dell’Isola sino al corso del Tirso, cioè sino alle campagne di Bortigali (Nurac Sessar), Orotelli (iscrizione dei Nurr[itani] ) e Buddusò (Caput Thyrsi). D’altro lato, i toponimi che Blasco Ferrer pone in parallelo con elementi del lessico e della toponimia basca indizierebbero una penetrazione almeno parziale dei Balari in zona iliese, nella Barbagia Settentrionale. A mio avviso si è in presenza di problemi aperti che meritano ulteriori riflessioni.

- La sopravvivenza di culti di tradizione nuragica accertati in nuraghi ristrutturati come templi nella Marmilla ancora in età punica e romana (pensiamo al culto della dea Luna a Su Mulinu di Villanovafranca persistito con un altare nuragico sino al II sec. d.C.) presuppone il fatto che allora una parte consistente della popolazione dell’isola era ancora indigena e che anzi nei centri rurali la popolazione prevalente, sia pure soggetta, era quella d’origine iliese (nel centro sud), balare e corsa (nel Nord), non già quella cartaginese o romana. Dunque nessuna contraddizione tra le analisi di Caterina Lilliu e le affermazioni di Giovanni Lilliu. Non tutti gli Iliesi delle piane si rifugiarono sui monti: una parte rimase, come è naturale che avvenisse, nei loro abitati originari. Ovviamente furono costretti a collaborare con i vincitori, ma ciò non significa che non avessero più contatti, benché non semplici, con quella parte della loro gente che si era rifugiata sui monti per combattere gli invasori, e che anch’essi nutrissero, benché meno espliciti, sentimenti di libertà.

- Per chi ha fatto delle osservazioni sul nome del sirulugum (o sirilugum) si veda Plinio il Vecchio XXX, 146.

Con ciò ho concluso e chiedo scusa se non affronto altre questioni che pure meritano attenzione.

sabato 21 gennaio 2012

La resistenza degli Iliesi: un evento storico che l’archeologia non smentisce

di Giovanni Ugas

La scoperta archeologica di Sirilò: un’interpretazione - L’amica e collega Maria Ausilia Fadda, autrice di tante e importanti indagini archeologiche, ha effettuato un’interessante scoperta nel sito di Sirilò in agro di Orgosolo a oltre 1000 metri di altezza. Si tratta di un abitato persistito dall’età del Bronzo sino ai tempi del dominio romano nell’isola. A giudizio dell’articolista dell’Unione Sarda Piera Serusi, che in data 18 Gennaio 2012 richiama le considerazioni della Fadda, l’interesse del ritrovamento consisterebbe nel fatto che il mito della Barbagia mai domata è infondato e lo proverebbero i manufatti archeologici. Alle stesse conclusioni indurrebbero le suppellettili emerse dagli scavi nell’antico villaggio di Sant’Efis di Orune. Nella sostanza, con parole forti e decise, nell’articolo si afferma “qui finisce la mistica dell’identità. Qui si sgretola il campionario folk della Barbagia isolata e mai conquistata… un mito infondato che è stato ampiamente strumentalizzato e enfatizzato”.Occorre attendere una pubblicazione esaustiva degli scavi per avere un quadro più dettagliato e un’analisi più precisa, soprattutto per quanto attiene le diverse sequenze e i contesti stratigrafici, tuttavia, a giudicare dalle notizie sugli elementi della cultura materiale venuti alla luce in tali siti è possibile trarre già alcune considerazioni che, dico subito e in modo non meno deciso, non sono affatto in linea con quanto sostenuto nell’articolo. Innanzitutto, va premesso che la resistenza dei Sardi ai Cartaginesi a partire dal 510 a.C. e ai Romani dopo il 238 a.C. non nasce dal parto di qualche inguaribile indipendentista moderno ma è ben registrata nella letteratura antica e ad essa, oltre che alla specificità della società “barbaricina”, si rifanno Giovanni Lilliu e tanti storici e antropologi sardi. Penso sia utile richiamare alcune delle numerose testimonianze che attestano come l’isola ancora alla fine del II secolo dopo Cristo non fosse affatto del tutto soggiogata, tralasciando le prime grandi battaglie per l’indipendenza combattute dai Sardi e i trionfi senza fine conseguiti dai consoli romani contro i Sardi per tutto il II sec. a. C., che determinarono, stando alle fonti, non meno di centomila caduti e prigionieri. Qualche testimonianza della letteratura antica sulla resistenza degli Iliesi -Diodoro Siculo (IV, 30) intorno al 60 a.C. Scrive: “In relazione a questa colonia (degli Iolei), avvenne anche un fatto straordinario e singolare: Attraverso un oracolo il Dio disse loro che tutti quelli che avevano preso parte a questa colonia e i loro discendenti, sarebbero rimasti continuamente liberi per l’eternità. La realizzazione di questo fatto in conformità all’oracolo, perdura fino ai nostri giorni”. Al tempo di Diodoro, dunque, una parte delle terre dell’isola era ancora libera. Infatti, Diodoro aggiunge: “Per effetto del lungo tempo ivi trascorso, poiché i barbari che avevano preso parte alla colonia erano superiori come numero, le popolazioni (gli Iolei) avevano finito per imbarbarirsi; esse, trasferitesi nella zona montuosa, si stabilirono nei terreni difficili ed erano solite nutrirsi di latte e carne e allevare molte greggi di bestiame e non avevano bisogno di grano. Si costruirono delle abitazioni sotterranee, svolgendo il loro modo di vita negli anfratti, evitarono il pericolo delle guerre. Perciò prima i Cartaginesi e poi i romani li combatterono spesso, ma fallirono il loro obiettivo”. Il concetto è riaffermato dallo stesso Diodoro Siculo V,15 : “I Tespiadi (i capi tribali Iolei), signori dell’isola per molte generazioni furono alla fine cacciati, si rifugiarono in Italia e si stabilirono (in particolare) nella zona di Cuma; la gente rimasta si imbarbarì ma, scelti come capi i migliori (àristoi), difese la sua libertà fino ai nostri giorni.” Occorre chiarire che Diodoro sosteneva erroneamente l’origine greca degli Iolei, mentre i Romani li chiamavano Iliensesfacendoli discendere da Ilio. In effetti essi vanno riconosciuti in una popolazione indigena, che possiamo definire convenzionalmente Iliesi, stanziata fin dal Neolitico nei territori a Sud del Tirso, a meridione dei Balari e dei Corsi, le altre due grandi popolazioni sarde che si opposero ai Cartaginesi e ai Romani. Tuttavia, lo storico greco della Sicilia che visse nel I sec. a.C. era certo ben informato sui fatti recenti dell’Isolane e, di certo, le lotte intestine per il potere sostenute nello stesso periodo, da circa l’80 al 40 a.C., tra i democratici e gli aristocratici romani dovettero rendere ancor più difficile il controllo delle zone montane e più impervie dell’isola. Il clima delle relazioni tra Roma e i Sardi, era tutt’altro che temperato, come emerge ancora dal giudizio espresso da Cicerone sui Sardi, compresi i filocartaginesi che abitavano le coste. Infatti, nel processo contro Scauro intentato dai Sardi intorno al 54 a. C., Cicerone sostiene sia pure accentuando strumentalmente la sua opinione sui Sardi: “Bisogna convincersi che la realtà dei fatti dimostra che la maggior parte di costoro (i Sardi) è priva di ogni rapporto di amicizia, di alleanza con il nostro popolo. Infatti quale altra provincia, fatta eccezione della Sardegna, non ha almeno una città alleata del popolo romano e libera (cioè con la cittadinanza romana)?”. Occorre riconoscere, invero, che Strabone, attivo tra la fine del I a.C. e gli inizi del I d.C. afferma che “… ( i figli di Iolao) abitarono insieme a Barbari che allora occupavano l’isola… ma poi il dominio passò ai Fenici provenienti da Cartagine , insieme ai quali combatterono contro i Romani. Poi, però, essendo stati costoro sconfitti, tutto passò sotto i Romani”. Va rilevato, al riguardo, che la notizia di Strabone è generica e non si sofferma su dettagli e infatti menziona allo stesso modo il dominio dei Cartaginesi che, ben si sa, non era di certo esteso alle zone interne. Infatti, lo stesso Strabone, in un altro passo, afferma che dalla Sardegna si facevano azioni di pirateria nella zona di Pisa in Toscana, asserendo indirettamente che qualche settore dell’isola, era tutt’altro che pacificato e sotto il controllo politico di Roma.

Che la situazione nell’isola non fosse affatto pacifica ancora nel I secolo d. C., lo afferma Cassio Dione il quale riferendosi agli eventi che si verificarono nel 6 d. C, sotto Augusto, afferma: “Infatti i briganti compivano tanto frequentemente delle scorrerie che per tre anni la Sardegna anziché avere per suo governo un senatore venne affidata a strateghi presi dall’ordine dei cavalieri (scelti dall’imperatore)”. Strabone (V,2,7) aggiunge che “gli strateghi che vi vengono inviati… talvolta rinunciano poiché non è certo vantaggioso mantenere di continuo l’esercito in luoghi insalubri…”. Ovviamente, era mascherata sistematicamente con l’insalubrità del clima l’insicurezza della Sardegna generata dallo stato di ribellione dei Sardi. Un situazione tutt’altro che pacifica è prospettata ancora, sia pure confusamente, oramai nel II secolo d. C. da Pausania ( X, 17,4): “...dunque ai miei giorni in Sardegna vi sono dei luoghi chiamati Iolaei”…. “I Troiani (cioè gli Iliei distinti erroneamente dagli Iolaei-Iliesi) si rifugiarono nei luoghi alti dell’Isola e, avendo occupato le montagne dal difficile accesso ben protette da opere difensive e da precipizi, ancora ai miei tempi conservano il nome di Iliei, per quanto somiglino ai Libii nell’aspetto, nell’armatura ed in ogni loro costume di vita”. Come si può osservare questi dati indicano, e si tratta di testimonianze dirette, che ancora nel II secolo dopo Cristo una parte dell’Isola delle montagne (Barbagie e Ogliastra) abitate dagli Iliesi non era affatto pacificata! Non sappiamo se l’editto di Caracalla del 212 d. C., col quale a tutti i sudditi dell’impero e dunque anche ai Sardi fu riconosciuto il diritto di Cittadinanza romana, riuscì a convincere i Barbaricini a desistere dalla loro lotta. Indubbiamente, va detto che Austis fu una fondazione romana, ma questo non basta per sostenere che le regioni montane del Gennargentu furono soggiogate dai Romani. Infatti, è evidente che, con lo stanziamento di propri coloni in zone nevralgiche, i Romani cercarono di frenare le incursioni e le ribellioni degli Iliesi, ma invano. La stessa cosa avvenne più a Sud con la fondazione della colonia dei Patulcenses Campani nel Gerrei per tenere a freno i Gallilenses sarcidanesi, ai limiti della Barbagia di Seulo. Inoltre, il fatto che Forum Traiani (poiCrysopolis, Fordongianus), il presidio militare dei Romani e poi dei Bizantini, fosse ubicato relativamente lontano dalle montagne del Gennargentu indica indirettamente l’esigenza di tenere ai margini il cuore dei Montes Insani, un territorio che occorreva controllare con prudenza e a una certa distanza ancora in età tardo imperiale e bizantina. In ogni caso, come affermano autorevolmente i linguisti, la lingua latina in Barbagia giunse tardi e attraverso un insegnamento dotto, “scolastico”, e non con una graduale propagazione dalle zone vicine. Non di meno arrivò tardi, solo dopo il VI secolo, il Cristianesimo, a seguito di un’intesa con i bizantini.

Le ragioni dell’archeologia non contrastano con i dati della letteratura - Queste sono le notizie, tutt’altro che mitiche, della letteratura antica. I dati archeologici di Sirilò e di Sant’Efis contrastano con esse? A giudicare dai dati finora noti non mi pare. I ritrovamenti di ceramica punica e greca attica evidenziano un fatto incontestabile: le regioni barbaricine non erano refrattarie alle sollecitazioni culturali provenienti dall’esterno, in primo luogo attraverso le altre contrade dell’isola. Tali manufatti, però, non implicano affatto che il Supramonte fosse stato occupato dai Cartaginesi così come la ceramica e gli altri elementi di cultura greca trovati nelle tombe orientalizzanti dell’Etruria non fanno della Toscana una terra militarmente occupata dai Greci nel VII secolo a.C. Lo stesso discorso vale per gli elementi culturali d’età romana.

Non ci si deve aspettare che in età romana l’interno dell’isola fosse rimasto fermo culturalmente all’età del Bronzo e del I Ferro! Resistenza non è sinonimo di isolamento anche se gli Iliesi continuavano a parlare una lingua “barbara per i Romani” e peraltro, praticando sistematicamente le razzie si impossessavano delle cose degli altri in terre che un tempo essi possedevano. È più che naturale che al tempo delle conquiste cartaginesi e romane nell’isola il quadro culturale fosse mutato e adattato ai nuovi tempi. Invero, non mi pare che esista al momento alcuna prova archeologica che nel I e II secolo d. C. la resistenza barbaricina degli Iliesi fosse stata domata e che politicamente il Supramonte fosse governato dai Romani. Non mi pare che siano stati trovati elementi probanti come ad esempio qualche iscrizione latina relativa alla fondazione di un municipium o di un tempio dedicato al culto imperiale. Né si possiede alcuna prova, per questo periodo, dell’introduzione della lingua latina nel cuore della Barbagia e certo nessun insediamento delle Barbagie porta un nome di origine romana. Sirilò (che ricorda lo zoonimo Sirilugum di Plinio il Vecchio) non è certo un vocabolo latino e Sant’Efis è un nome cristiano. In conclusione non emergono ragioni plausibili per sostenere che gli storici greci e romani non si fossero accorti che le resistenza sarda era una pura invenzione dei consoli e degli strateghi di Roma!

Fino a che mancheranno inoppugnabili sostegni probatori è più che lecito continuare ad affermare che fu un fatto storico, e non un mito, la resistenza dei Sardi nelle grotte (Tiscali ne è un esempio!) e nei luoghi fortificati (ancora da scoprire) ubicati sulle montagne nel cuore delle Barbagie.

mercoledì 11 gennaio 2012

Arrivederci Professore...



Si è spento oggi, mercoledì 11 Gennaio 2012, a causa di un male incurabile il Professor Roberto Coroneo.
Studioso di indiscussa fama, docente stimato dai colleghi come dagli alunni, lascia un indelebile impronta nel cuore di chi l'ha conosciuto, come nella ricerca nel campo della storia dell'arte medioevale.

La sua lunga bibliografia racconta molto più di quanto qualsiasi mio giudizio possa dire circa la sua competenza e la sua professionalità in materia.


CORONEO R., PER LA CONOSCENZA DELLA SCULTURA ALTOMEDIOEVALE E ROMANICA AD ORISTANO,
BIBLIOTECA FRANCESCANA SARDA, (II), 1988, 69, 107

CORONEO R., DUE SCULTURE MEDIOBIZANTINE IN SICILIA: GLI STIPITI DI CEFALù E IL PLUTEO DI AGRIGENTO, ANNALI DELLA FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA DELL'UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CAGLIARI,
(LIV), 1999, 296, 308

CORONEO R., RECENSIONE DELLA MONOGRAFIA "JOAN MATES. PINTOR DEL GòTIC INTERNACIONAL" DI ROSA ALCOY E M. MONTSERRAT MIRET (BARCELONA, AUSA, 1998), STUDI SARDI, (XXXII), 1999, 465, 474

CORONEO R., IL PECCATO E L'ETERNA LOTTA FRA IL BENE E IL MALE. UN PERCORSO ICONOGRAFICO NELLA SCULTURA ROMANICA DELLA CORSICA, ANNALI DELLA FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA DELL'UNIVERSITÀ
DEGLI STUDI DI CAGLIARI, (LX), 2005, 109, 124

CORONEO R., PASSEGGIATE VIENNESI DI LETTERATURA E ARTE, PORTALES, (5), 2004, 151, 171

CORONEO R., SARDEGNA SACRA. ARCHITETTURA ROMANICA SARDA, FMR, (155), 2003, 25, 54

CORONEO R., UNA SCULTURA DELL'XI SECOLO DAL TERRITORIO DI NEAPOLIS, ARCHIVIO ORISTANESE,
(XLII), 2003, 133, 138

CORONEO R; PICCIAU F; MARTIS V, ARCHITETTURA ROMANICA IN SARDEGNA: NUOVE ACQUISIZIONI, ANNALI DELLA FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA DELL'UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CAGLIARI, (LVII), 2002, 347, 380

CORONEO R; PUDDU R, NUOVI FRAMMENTI SCULTOREI MEDIOBIZANTINI DAL CAGLIARITANO: USSANA, VILLASOR, MONASTIR, ASSEMINI, QUADERNI DELLA SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA PER LE PROVINCIE DI CAGLIARI E ORISTANO, (18), 2001, 151, 161

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mercoledì 31 agosto 2011

Dai Nuragici agli Etruschi


Navi di Bronzo

In Toscana, nell'ambito dell'XI edizione de "Le Notti dell’Archeologia”, che quest'anno ha come tema "Le acque degli Antichi", il museo civico archeologico "Isidoro Falchi" di Vetulonia presenta la mostra “Navi di bronzo. Dai Santuari nuragici ai Tumuli etruschi di Vetulonia".

Il tema delle acque (risorsa idrica, spazio e strumento di dialogo commerciale e culturale) è lo sfondo ideale per un'esposizione che si incentra sui contatti fra civiltà ed etnie differenti e sugli scambi intrapresi fra l’etrusca Vetulonia e la Sardegna sin dall’Età del Bronzo.
La mostra indaga in particolare la complessa trama di rapporti fra la fascia costiera peninsulare toscana e la terra dei Sardi per evidenziare e chiarire il ruolo della componente nuragica e il peso della marineria vetuloniese nella distribuzione di oggetti importati e prodotti nei primi secoli dell’Età del Ferro.
Fulcro tematico e perno scenografico dell’esposizione sono le barchette bronzee. "Reperti che - spiega la direttrice del Museo di Vetulonia, Simona Rafanelli - possono a tutti gli effetti essere considerate la prima evidenza che collega la Sardegna nuragica al mare e Vetulonia alla Sardegna e al mare e che rappresentando idealmente una serie di ideogrammi che raccontano la storia incrociata dei due popoli del Mediterraneo”.
Chiave di lettura dell'esposizione sono le categorie ideali delmare, dell’acqua e del vino. A questo alludono infatti le navicelle (tradizionalmente interpretate quali lucerne o brucia profumi, che riproducono imbarcazioni ornate da protomi zoomorfe) e le fiaschette di tipo cipriota (riprodotte in miniatura negli omonimi pendagli bronzei) e le brocchette a collo obliquo e ventre arrotondato (che contenevano la preziosa bevanda, vero e proprio status symbol delle aristocrazie etrusche). C'è poi la classe delle armi e oggetti dell'ornamento personalerappresentati, nella forma simbolica di amuleto, da “faretrine” e bottoni nuragici. Reperti che si intrecciano e convivono all’interno di un itinerario che, per quanto riguarda la distribuzione dei materiali, esula volontariamente da una netta distinzione fra isola e continente.
Il percorso espositivo si ispira al tema più generale dell’eterno flusso e riflusso delle onde del mare, snodandosi attraverso un intricato sistema di realtà e simbolo, di allusioni e rimandi, di importazioni e riproduzioni e guidando il visitatore alla conoscenza di quegli oggetti che rappresentano il lascito materiale di una stretta relazione fra comunità etrusche ed isolane che risale a un’epoca remota e che coniuga gli estremi di un rapporto capace di promuovere dinamiche di sviluppo, crescita e integrazione culturale.
Per sottolineare la particolare dialettica instauratasi fra le città dell’Etruria settentrionale costiera e le principali isole del Tirreno. Al termine del circuito di visita, una sezione specifica è riservata all'unica città etrusca sorta sul mare: Populonia. Su questo tema, in ottobre, è previsto il Convegno di Studi Etruschi e Italici incentrato sui rapporti fra la città sul Golfo di Baratti e la Corsica.
Chiude la mostra il forte segno iconico del Tridente della tomba a Circolo di Vetulonia, per rappresentare una sorta di “passaggio di testimone” del dominio sul mare dalla Sardegna nuragica dell’Età del Bronzo alle città etrusche della costa tirrenica, prima fra tutte Vetulonia.

Le navicelle nuragiche

Le barchette bronzee sono la prima evidenza che collega la Sardegna nuragica al mare e Vetulonia alla Sardegna e al mare. Le ‘barchette’ o ‘navicelle’ sono un prodotto caratteristico della civiltà nuragica e costituiscono un eccezionale documento che ci parla di un vasto mondo di conoscenze: carpenteria navale, rotte, commerci, organizzazione sociale ed economica senza dimenticare la loro valenza quale segno di prestigio e potere che solo può spiegare la conservazione in luoghi ed epoche anche molto lontane, rispetto a quella della fabbricazione.
Questi reperti si ritrovano frequentemente nella penisola in corredi funebri (soprattutto a Vetulonia) e in ripostigli dell’Etruria tirrenica ma anche oltre, nella Campania villanoviana ed in Calabria.
Ognuna di queste navicelle non solo è un’opera di raffinato artigianato artistico e un oggetto prezioso e sacro, ma è anche un racconto e un messaggio che segue schemi e stilemi ricorrenti e dunque perfettamente comprensibili ai contemporanei quanto lo sono per noi sigle e stemmi.
Oggetto di dono tra capi o tra individui eminenti, le navicelle sono simbolo degli scambi commerciali e dei rapporti personali. Ma c’è di più. Esse potrebbero essere il segno dell’acquisizione di costumi esotici, di rituali stranieri da parte delle elites villanoviane per via del prestigio che esse dovevano presentare ai loro occhi. E' questo il caso delle fiaschette, ove testimoniano il costume di assumere bevande di tipo alcolico.
Oggetti caricati di valore simbolico e sacrale che in Sardegna sono presenti esclusivamente in contesti santuariali (pozzi sacri e templi), le navicelle bronzee, in Etruria, provengono da corredi tombali. A testimoniare ancora una volta come le forme di tesaurizzazione fino alla piena età Orientalizzante (VII sec. a.C.) fossero esclusivamente di tipo privatistico.
Sulla base dei dati archeologici e metallurgici e dello studio delle costruzioni navali antiche, la produzione delle barchette nuragiche si colloca all’apogeo della Civiltà Nuragica, nella piena padronanza delle risorse interne ed esterne che hanno determinato la presenza riconosciuta e ‘qualificata’ della Sardegna sulle rotte commerciali del Mediterraneo.
Così come i modellini di nuraghe (frequentissimi in pietra e in bronzo ed in dimensioni da scultoree a miniaturistiche) rappresentano sia il monumento che la comunità che lo aveva prodotto, anche i modellini di nave simboleggiano sia la nave cheil gruppo sociale che nei commerci, nella marineria e molto probabilmente anche nella pirateria, traeva il sostentamento per sé e per coloro che restavano a terra.
Il richiamo a terra, costante in Ulisse e nei suoi compagni, che in tutte le traversìe mantenevano il senso della loro identità e la tensione continua al “ritorno”, appare raffigurato, nelle navicelle, dal giogo di buoi, volto sempre verso la poppa come nelle barchette da Meana e dalla Tomba del Duce di Vetulonia, dalla protome bovina a prua, spesso riconoscibile dalle sferette sulla punta delle corna, come in una delle barchette dalla Tomba delle Tre Navicelle, dalle colonnine che rappresentano modellini di nuraghe come nell’‘albero’ di navicella da Furtei, dagli animali terrestri, come le volpi o i cani sulla barchetta da Meana, talvolta composti in scenette di caccia, come i due cani con il cinghiale sulla navicella dalla Tomba del Duce di Vetulonia.
Prezioso documento della signoria nuragica dell’età del bronzo finale (al tempo stesso metallurgica, navale e commerciale) non stupisce infine che in questi oggetti permanesse una forte valenza simbolica anche in epoca avanzata ed in ambito tirrenico, cosa che spiega la lunga tesaurizzazione di questi manufatti anche presso i discendenti (a Vetulonia, che del mondo nuragico ha raccolto le più vive ed importanti tradizioni, finivano come arredo di tombe principesce oppure divenivano offerta sacra in santuari portuali come Gravisca, Capo Colonna, Porto di Ostia).
“D’altra parte – conclude Simona Rafanelli – come si è già osservato, se i primi imperatori romani hanno voluto far risalire ad Enea e a Venere la propria stirpe, perché mai i principi vetuloniesi potevano esitare a richiamare fra i propri avi i mitici guerrieri, navigatori e pirati del Popolo delle Torri?”.

Articolo di Valerio Giovannini

mercoledì 2 marzo 2011

«Il villaggio nuragico di Ploaghe cancellato dal nastro d'asfalto»

SASSARI. È il primo, in sala, a dire che c'è qualcosa che non va. Rubens D'Oriano, archeologo, parla in rappresentanza della Soprintendenza ai beni archeologici. E difende «un patrimonio collettivo sul quale un intervento come questo inevitabilmente va a incidere».

Fa una premessa: «La legge 163 del 2006 stabilisce che i progetti delle opere pubbliche debbano essere trasmessi alla Soprintendenza in fase preliminare, in modo da consentire i sopralluoghi nel territorio». Poi aggiunge: «Questa fase, per quanto riguarda i lotti zero e uno, non è stata ancora completato». Significa che, al momento, la Soprintendenza non ha in mano un quadro completo, dunque non può dire quanto impatta la strada, complessivamente, sul patrimonio archeologico della zona.

Per ora, l'unica certezza riguarda un villaggio nuragico a Ploaghe: il sopralluogo ha consentito di verificare che verrebbe in parte cancellato dal nuovo nastro d'asfalto. Per questo D'Oriano, chiamato a esprimere un parere favorevole o contrario al progetto, spiega che «sarebbe meglio approfondire, fare ulteriori verifiche.

Per, eventualmente, modificare il tracciato per tutelare i beni già rilevati e quelli che potranno emergere. Perché - sottolinea - da parte mia non c'è alcuna volontà di ostacolare la realizzazione di un'opera pubblica fondamentale. Ma i sopralluoghi sui territori sono fondamentali».

Antonio Scalamandrei, dirigente dell'Anas, invita a fare presto: «Vorrei che gli studi archeologici si concludessero entro marzo, prima dei bandi, in modo da pianificare interventi aggiuntivi e darne comunicazione alle imprese». D'Oriano è soddisfatto, ma i tempi sono stretti, difficilmente saranno rispettati. Forse però almeno il villaggio nuragico potrà essere salvato.


Articolo di Silvia Sanna,
Da la nuova Sardegna
http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2011/03/02/news/il-villaggio-nuragico-di-ploaghe-cancellato-dal-nastro-d-asfalto-3576904

martedì 1 marzo 2011

Cabras, depredato dai tombaroli il nuraghe di Sa piscina arrubia

CABRAS. L'obiettivo era facile come pochi. I tombaroli che hanno preso di mira il piccolo (e dimenticato) complesso nuragico di Sa piscina arrubia hanno lavorare in tutta tranquillità, protetti dall' oscurità della notte, e al riparo da occhi indiscreti. Molto probabilmente lo scavo è andato avanti per parecchio tempo, tanto che gli intrusi sono riusciti a penetrare nella terra accumulata all' interno della torre principale per almeno un metro e mezzo di profondità.

Sul posto, ieri, c'erano ancora alcuni degli attrezzi utilizzati per lo scavo: una pertica di metallo, per sondare il terreno, e una coppia di secchi, utili per rimuovere i detriti accumulati nel corso del lavoro. Impossibile stabilire con esattezza cosa abbiano trovato.

La parte visibile del nuraghe è solo la cima del complesso, il resto, come fosse un iceberg, è sepolto sotto metri di terra compattata nei millenni. Una situazione comune a molti dei circa cento nuraghi censiti nella penisola del Sinis. Una particolarità, unita allo scarso controllo, che fa di questo territorio la meta più ambita dai tombaroli. Sono in tanti a battere a tappeto il Sinis alla ricerca di preziosi reperti da piazzare sul mercato nero. D'altra parte, la zona, soprattutto durante la notte, è terra di nessuno. Gli unici habituè sono per lo più ladri e ladruncoli che prendono di mira le tante aziende agricole e quelli che, appunto, vanno alla ricerca del loro personalissimo "Santo Graal".

Il nuraghe di Sa piscina arrubia non fa eccezione, nonostante sia visibile anche dalla strada provinciale che conduce a Is Aruttas l'affascinate complesso nuragico, dotato anche di una piscina naturale, alla quale si deve il nome, è frequentato da incoscienti, piuttosto che emuli, di Indiana Jones. Infatti, la tenuta statica del nuraghe è compromessa dal tempo e dall'incuria dell' uomo e il pericolo di crollo è più che una semplice eventualità.

Un rischio, quello di finire sepolti, sottolineato dalla dottoressa Carla del Vais, archeologa e curatrice del museo civico di Cabras, che ieri sera ha effettuato un sopralluogo. «Per il momento posso solo dire che non si tratta di uno scavo autorizzato, anche perché il complesso potrebbe crollare da un momento all'altro e le tecniche utilizzate dagli esperti sarebbero state molto diverse», ha detto l'archeologa che ha aggiunto, «i tombaroli potrebbero essere persone del tutto improvvisate, il nuraghe in questione è uno tra i meglio conservati e conosciuti. E' improbabile ora possa riaffiorare qualcosa di particolarmente prezioso».

Ma i ladri si accontentano anche di oggetti non necessariamente rarissimi convinti comunque di emulare Heinrich Schliemann, il ricco commerciante tedesco appassionato di archeologia che per primo si imbattè nelle rovine di Troia e nel tesoro di Priamo.

Di Claudio Zoccheddu
dal sito della Nuova Sardegna (All rights reserved-Tutti i diritti riservati)
http://lanuovasardegna.gelocal.it/sardegna/2011/03/01/news/cabras-depredato-dai-tombaroli-il-nuraghe-di-sa-piscina-arrubia-3567310

domenica 16 gennaio 2011

Qualche speranza per il Nuraghe Diana?

Flebili speranze per il nuraghe Diana. Dopo roboanti articoli giornalistici in cui si riempiva la bocca di tante buone promesse, ecco il risultato.

Sito regione Sardegna

lunedì 13 dicembre 2010

Turris, eterno cantiere con il mosaico di Orfeo sepolto sotto la sabbia


Le Pompei sarde. I siti archeologici dell'isola e i pericoli di degrado: il viaggio comincia dall'antica Porto Torres.Gli antichi decumani di Nora sono lastricati di buone intenzioni. Perché a parole tutti si preoccupano per lo stato in cui versa la "Pompei sarda". Intanto il tempio di Esculapio è ancora appoggiato nel vuoto. E il promontorio che si stende alla fine della Strada Trionfale continua a franare. Un po' più a ovest, il sindaco di Sant'Antioco Mario Corongiu è furibondo con il governo. "Senza i fondi per le opere di consolidamento - tuona - la necropoli non può essere visitata". Ma se Sulki piange, Tharros non ride. E così Porto Torres con i suoi tesori.
Nell'antica Turris Libisonis il ponte romano che scavalca il Rio Mannu sin dai tempi di Augusto e Tiberio ne ha visto davvero di tutti i colori. Lungo 135 metri e poggiato su sette arcate decrescenti, fu costruito per collegare il municipio di Karales con il porto dell'importante colonia del nord Sardegna, seguendo grosso modo il tracciato dell'odierna statale Carlo Felice. Nonostante lo scorrere dei millenni ha retto orgogliosamente all'indifferenza di chi sino a pochi anni fa, dopo aver cosparso di asfalto il basamento originale in trachite, lo utilizzava addirittura come passaggio per i mezzi pesanti diretti alla zona industriale di Fiume Santo.
Ora, grazie a un progetto del 2009 finanziato in parte con i fondi del Comune e in parte con soldi dell'Unione europea, sta lentamente tornando allo splendore voluto degli antichi architetti. Ma rarissimi cartelli stradali indicano dove si trova, quasi si volesse nascondere al mondo tanta rara bellezza. E se da un lato è completamente coperto alla vista dal moderno ponte Vespucci (già restaurato chissà quante volte), guardandolo da sud-est non si può fare a meno di inquadrarlo nell'inquietante skyline della centrale petrolchimica: un susseguirsi di cisterne e ciminiere che fa riflettere.
Il ponte romano, dunque, è stato un po' il simbolo dell'incuria di cui sono tuttora vittime i tesori archeologici della zona. Perché Porto Torres, conosciuta dai villeggianti soltanto come attracco per raggiungere le varie località turistiche sarde, è potenzialmente un polo d'attrazione culturale. Per convincersene basta dare un'occhiata a quello che potrebbe diventare un invidiabile parco archeologico. L'impressione, però, è che sia ancora tutto da fare. O quasi. Divisa in due frazioni (una di competenza demaniale e una di competenza locale) la parte cantieristica dell'impianto urbano emerso dagli scavi della vecchia Turris non è di fatto visitabile da sette anni.
Sporcizia, erba alta, mezzi meccanici abbandonati, capannoni e materiale edilizio colpiscono l'occhio almeno quanto le terme centrali conosciute come "il palazzo di Re Barbaro" o le strade che lo costeggiano, ai lati delle quali c'erano le tabernae, ossia i negozi e le botteghe artigiane. Finito? Macché. Sostanzialmente celato all'umanità resta anche il criptoportico. E ancora il frigidarium, con due vasche destinate ai bagni d'acqua fredda. Per non parlare di uno dei "pezzi" più pregiati di tutta l'area archeologica, lo straordinario mosaico di Orfeo, scoperto e quasi subito ricoperto di terra per totale mancanza di fondi.
"Tuttavia - spiega Antonietta Boninu, direttore archeologico della Sovrintendenza - un progetto già in corso prevede proprio la protezione fisica dei mosaici, mentre altri progetti sono in programma sempre per il restauro di mosaici e affreschi". Un deciso passo avanti. "Sono convinta che una buona sinergia tra Comune e Sovrintendenza possa sortire ottimi frutti", conclude l'esperta. Nell'attesa i quattro giovani operatori della cooperativa di servizi culturali "L'Ibis", impiegati nell'area archeologica attendono a braccia incrociate che qualcuno bussi all'ingresso. "In realtà - spiega Giancarlo Pinna, appassionato di archeologia e presidente dell'associazione "Turris Bisleonis" - le guide potrebbero accompagnare i turisti a vedere l'Antiquarium, un piccolo museo ricco di pezzi sorprendenti. Ma quando i curiosi scoprono che l'area archeologica è interdetta girano i tacchi e se ne vanno". Verissimo....continua su

http://lanuovasardegna.gelocal.it/dettaglio/turris-eterno-cantiere-con-il-mosaico-di-orfeo-sepolto-sotto-la-sabbia/2935538/2

lunedì 15 novembre 2010

L'abbandono di Monte d'Accoddi

Sassari.

La denuncia della Commissione comunale cultura: il sito è abbandonato

La vergogna di Monte d'Accoddi

"Domenica 15 novembre 2009
N uraghi assediati da capannoni industriali, domus de janas trasformate in discariche, i resti dell'acquedotto romano dimenticati e l'altare preistorico di Monte d'Accoddi, il più importante complesso megalitico del Mediterraneo, ignorato dai visitatori semplicemente perché non esistono indicazioni turistiche per segnalarlo.
È questa la cartella clinica del sistema archeologico di Sassari, tracciata ieri a Palazzo Ducale dalla commissione Cultura, presieduta dal Michele Pinna. Centottanta siti sparsi nel territorio comunale e in gran parte abbandonati a se stessi.
La situazione è stata descritta alla commissione dallo storico sassarese, Francesco Ledda. Il primo dato preoccupante riguarda il sito di Monte d'Accoddi.
«Nell'arco di pochi anni il numero di visitatori dell'altare di Monte d'Accoddi si è ridotto del settanta per cento. Prima si registravano 16mila presenze l'anno, ora si arriva a stento alle 5 mila», ha spiegato Ledda.
«I motivi sono la scarsa pubblicità di cui gode il monumento archeologico. Sulla strada 131 i cartelli indicatori sono quasi invisibili, mentre sulla Camionale, dove si è spostata una grossa mole del traffico automobilistico, i cartelli mancano del tutto».
In questo modo il sito su cui sorge l'altare preistorico per cui la Fondazione Antonio Segni ha richiesto all'Unesco l'inserimento fra i beni riconosciuti come patrimonio dell'umanità, resta del tutto anonimo alle frotte di turisti che d'estate trascorrono le vacanze nel nord Sardegna.
Ma le vere note dolenti arrivano dall'immensa mappa archeologica del territorio sassarese.
Si va dai nuraghe Li Luzzani e Giagamanna, enclavi archeologiche nella zona industriale di Predda Niedda (il primo è abbandonato e ricoperto di macchia mediterranea, il secondo non è mai stato oggetto di scavi e si sta sgretolando), alle domus de janas di Li punti, alle tombe dei giganti di Molafà, anche queste abbandonate al proprio destino, fino ai resti dell'acquedotto romano che approvvigionava l'antica Turris Libyssonis: esistono chilometri di tracce che rischiano di crollare (per esempio a Tana di lu mazzoni), sparse per le campagne attorno a Sassari, fino a Porto Torres.
«È necessaria una importante campagna di scavi per salvaguardare queste testimonianze storiche» ha chiuso Michele Pinna, «ma Sassari siamo abituati a un modello culturale dell'effimero, manca una coscienza culturale dell'identità». E gli stanziamenti nei bilanci pubblici sono sempre più esigui. ( v. g. )"

Dall'unione Sarda del 15/11/2009


Pensate che a distanza di UN ANNO possa esser cambiato qualcosa?

sabato 16 ottobre 2010

Ecco perchè non ha senso la normativa Inglese sui beni archeologici



Andando per campi con un metal detector alla ricerca di monete, un cacciatore di tesori inglese ha fatto una eccezionale scoperta archeologica: un elmo da cavalleria romano completo di maschera facciale. Il copricapo raffigura il volto di un giovane dagli occhi ieratici e risale a circa 2.000 anni fa. Secondo gli esperti era un oggetto cerimoniale, da indossare in parata come suggerisce Arriano di Nicomedia in un trattato militare dell'epoca dell'imperatore Adriano, non una protezione per un soldato in combattimento. La scoperta è avvenuta nel presi del villaggio di Crosby Garrett in Cumbria. Il giovane cacciatore di tesori, identificato solo come un uomo di circa vent'anni, aveva per anni inseguito oggetti preziosi passando al metal-detector le campagne nei pressi della sua fattoria nel Nord Est dell'Inghilterra. Finora però non aveva trovato altro che poche monete. Ci si può immaginare dunque la sua sorpresa quando in maggio, a faccia in giù nel fango, ha avvistato lo straordinario elmo di bronzo: inizialmente ha pensato che si trattasse di un ornamento di età vittoriana.

Se la scoperta fosse stata fatta in Italia l'elmo sarebbe quasi certamente finito in un museo. Non così in Gran Bretagna dove gli oggetti antichi di bronzo non sono coperti dal Treasure Act, una legge del 1996 secondo cui solo artefatti vecchi di oltre 300 anni e composti per almeno il 10 per cento in oro o argento devono essere sottoposti a un'inchiesta governativa che ne può condizionare la vendita. Diverso è il caso di un oggetto di bronzo che può così finire sul libero mercato, un fatto che non ha mancato di suscitare polemiche: i proventi saranno divisi a metà tra scopritore e proprietario del campo. E' stato così che l'elmo è finito in mano a Christiés che gli ha dato una stima di 300 mila sterline: poco secondo esperti citati dal Guardian secondo cui il prezioso manufatto potrebbe arrivare a superare il mezzo milione. Tullie House, un museo di Carlisle in Cumbria che ha una importante collezione di antichità romane, vorrebbe disperatamente comprare l'elmo con la benedizione del British Museum. Sarà inevitabile così una battaglia a colpi di puntate quando il 7 ottobre l'enigmatico volto di bronzo coi riccioli coperti da un cappello frigio rifinito alla punta da un grifone verrà venduto al migliore offerente. Originariamente la superficie era stata stagnata cosicché doveva brillare come argento mentre grifone sul cappello e capelli erano probabilmente dorati: "E' uno straordinario esempio di metallurgia romana al suo apice", ha sostenuto Christie's. Finora sono state scoperte solo due elmi-maschera cerimoniali come questo: uno nel 1796 oggi al British Museum, l'altro nel 1905 e adesso al Museo di Antichità di Edimburgo.
Fonte: ANSA

domenica 10 ottobre 2010

Una finestra sulla Sardegna del primo secolo d.C.

Per un volume sulla Tavola di Esterzili
e sulle controversie tribali nella Sardegna antica



di Fernando Pilia


Nel marzo del 1866 il contadino esterzilese Luigi Puddu,
soprannominato "Pibìnca", mentre arava un campicello in località di S'e Munzu Franciscu, nella zona di Corti 'e Luccetta, già appartenente agli eredi di Pietrino Serra ora in possesso di Ermenegildo Loi), s'accorse a un tratto che il vomere di ferro del suo rustico e tradizionale aratro di legno aveva urtato contro qualcosa di duro e si era bloccato. Preoccupato per l'imprevisto ostacolo e incuriosito per l'incidente, allontanò dal solco i buoi aggiogati, si mise a scavare con la zappa e riportò allo scoperto una lastra di bronzo scolpita, in ottime condizioni, lunga 60 centimetri, alta 45 cm., spessa 5 mm. e del peso di circa 20 chilogrammi, costituita da metallo ben compatto e di ottima qualità, sagomata in tutti i lati.
L'ignaro scopritore di così importante documento storico, essendo analfabeta, come gran parte degli abitanti di Esterzili di quell'epoca, portò la tavola di bronzo in paese e la volle mostrare al parroco canonico Giovanni Cardia, presso il quale aveva buoni rapporti ed anche un debito di pochi scudi che il sacerdote gli aveva prestato. Tiu Pibinca accettò i due scudi d'argento, corrispondenti alla discreta somma di dieci lire, un piccolo capitale in quell'epoca di miseria e di recessione, e consegnò al parroco la tavola di bronzo. Il canonico Cardia, che aveva una certa cultura ed era in grado di valutare il pregio della scoperta, si mise in contatto con l'illustre archeologo canonico e senatore Giovanni Spano che si fece dare la lastra epigrafica, la esaminò attentamente, la studiò con interesse e la pubblicò, cedendola infine al Museo Nazionale di Sassari, dove la cosiddetta Tavola di Esterzili si trova ancora esposta bene in vista. L'iscrizione, incisa a caratteri capitali in venti sette righe, esprime il seguente contenuto:

Addì 18 marzo nell'anno del consolato di Otone Cesare Augusto. Estratto conforme, trascritto e collazionato da quanto contenuto nella tavola 5, capi 8, 9 e lO del documento originale del proconsole L. Elvio Agrippa e pubblicato da Gn. Egnazio Fusco, cancelliere del questore. Il giorno 13 di marzo il pro console Lucio Elvio Agrippa, sentite le parti in causa, ha reso pubblica questa sentenza: «Poiché il bene comune richiede che si debba tener conto di ciò che afferma la sentenza nella
causa dei Patulcensi e poiché Marco Giovenzio Rissa, uomo di grande autorità, procuratore dell'imperatore, molte volte ha ordinato che i confini del territorio dei Patulcensi si devono mantenere come erano stati fissati nella tavola di bronzo di Marco Metello, ritenendo inoltre che era disposto a condannare i Galillensi, i quali in molte circostanze avevano procurato il disordine con risse e atti arroganti e non avevano ubbidito al suo decreto, ma che tuttavia, in ossequio alla benignità dell'imperatore Ottimo Massimo, era ancora disposto ad avvertirli con un'altra ordinanza in maniera che stessero calmi rispettando questa giusta sentenza e prima dell'arrivo del mese di ottobre sgombrassero i territori dei Patulcensi rispettandone il libero possesso; che se intendessero con ostinata caparbietà continuare la provocazione opponendosi agli ordini, egli stesso era pronto a punire tutti coloro che intendessero provocare disordini; dopo che i Galillensi per la medesima causa si erano rivolti a Cecilio Semplice, uomo illustre, affermando che dai documenti dell'archivio imperiale erano disposti ad esibire un'altra tavola con gli atti di questa causa; dopo che egli avéva fatto sapere che la buona volontà lo spingeva ancora a dare ulteriore proroga per la presentazione delle prove e per questo aveva loro concesso altri tre mesi fino ai primi di dicembre, trascorsi i quali, se la carta non gli fosse pervenuta, egli si sarebbe attenuto a quanto contenuto nella mappa presente in provincia, anch'io, adito dai Galillensi che affermavano che la copia non era ancora pervenuta, ho concesso loro tempo fino al primo di febbraio, rendendomi conto che a questi proprietari avrebbe fatto comodo un'altra proroga, ordino che i Galillensi, entro il primo giorno d'aprile, si ritirino dai territori dei Patulcensi Campani che hanno occupato di prepotenza senza averne alcun diritto. Qualora essi non siano disposti ad ubbidire a questo decreto, sappiano che saranno condannati alla pena che molte volte è stata loro prospettata per il ritardo eccessivo.
Segue l'autenticazione di Gneo Pompeo Feroce, L. Aurelio Gallo, M. Blosso Nepote, C. Cordo Felice, L. Vigellio Crispino, C. Valerio Fausto, M. Lutazio Sabino, L. Cocceio Geniale, L. Plozio Vero, D. Veturio Felice e L. Valerio Peplo. (...)

(...) Sottolineo che questo importantissimo documento storico, assai rilevante sotto il profilo amministrativo, giuridico, linguistico, geografico ed epigrafico, è una delle rare testimonianze scritte a noi pervenute che ci illustra con abbondanza di dati e di particolari la situazione delle popolazioni Sarde in epoca imperiale romana, comfermando, tra l'altro, per la prima volta, la presenza di Otone sul trono di Roma. Infatti la data del 18 marzo (dell'anno 69 dopo Cristo) si riferisce ad un mese e due giorni anteriori alla morte per suicidio dell'imperatore tiranno dopo la sconfitta di Bedriaco presso Cremona. Inoltre la tavola di bronzo trovata nell'agro di Esterzili illumina le vicende di un periodo di lotte feroci e sanguinose fra le tribù dell'interno dell'isola, rivela in pratica uno stato permanente di guerriglia, di sconfinamenti e di razzie, spiega la funzione dei governatori romani e fornisce altresì interessanti particolari burocratici e linguistici.
Mi pare che ci indirizzi nell'individuazione della sede dei Galillenses che, a mio parere, era proprio sull'altopiano di Orborèdu, sulla piana ai piedi del massiccio del monte di Santa Vittoria, dove ancora oggi si possono osservare le rovine dell'abitato romano, chiamato dai locali Cea de Idda (ossia il pianoro della villa o oppidum romano), quella valle pianeggiante dell'abitato ricchissima di avanzi archeologici che ne attestano l'importanza e fanno pensare a questa località come sede delle turbolente tribù dei Galillensi, sempre in agitazione contro le genti della pianura e delle colline delle valli del Flumineddu e del Flumendosa e delle
fertili terre della ricca area dei Campidani.
L'atteggiamento dei pastori montanari dell'area povera di risorse contro le popolazioni delle fertili e ricche terre del sud-est dell'isola ha origini remotissime e conserva ancora oggi la tradizione di fastidio e di sconfinamento legata alla pratica abigeataria. D'altronde ancora durante i secoli XIV e XVI, stando a quanto hanno registrato i parroci di questa zona nei libri parrocchiali che hanno raccolto le cronache delle comunità dei nostri villaggi, gli abitanti del territorio vicino al luogo dove è stata rinvenuta la famosa tavola di bronzo avevano conservato lo stesso carattere irrequieto di violenti invasori delle aree confinanti. Infatti nell'anno 1358 il villaggio di Lessèi (ora scomparso nell'agro di Ulàssai) pagava i diritti feudali ai baroni della Curatoria o Incontrada della Barbagia di Seùlo, i quali avevano guidato un'invasione di pastori esterzilesi per occupare il territorio al di là del rio Flumineddu. Inoltre, come si legge nel "libro de todas las gracias", risalente agli ultimi scorci del dominio catalano-aragonese, nel maggio del 1580 i capi delle comunità dei villaggi dell'Ogliastra, riuniti in parlamento a Tortolì, chiesero l'intervento del conte di Quirra per riavere i salti di Paùli usurpati alla comunità di Ulàssai dai pastori-predoni di Esterzili in azioni violente. E questi episodi si ripeterono sino alla fine del secolo scorso provocando scontri, liti furiose, contese violente, spargimento di sangue e molte vittime Mi pare che non si debba cercare d'individuare altrove la sede dei Galillensi, ma, alla luce di queste considerazioni, ci si debba soffermare proprio in quest'area barbaricina, tra l'Ogliastra, il Gerrei e la Trexenta. Nella grande mostra nazionale di Italia 1961 a Torino, ad esaltazione della civiltà italiana nel centenario dell'unità, in rappresentanza del meglio dei beni culturali della Sardegna, fu esposta anche la tavola di bronzo di Corti 'e Lucetta, un documento rilevante che getta luce sulle nostre vicende lontane.

tratto da "Mastino A. Atti del convegno 1993"

venerdì 30 ottobre 2009

Salviamo il Nuraghe Diana



Il Nuraghe Diana, uno dei gioielli archeologici di Quartu, l'unico Nuraghe del Sud Sardegna ad essere ancora integro, fino a poco tempo fa visitabile anche internamente, risulta inagibile e inavvicinabile. Mancano i fondi per la messa in sicurezza e gli accorgimenti adottati sin'ora sono stati assolutamente insufficenti, tantè che le travi lignee usate per contenere l'entrata sono marce e consumate.
Aiutaci a salvare i nostri beni archeologici! Contribuisci anche tu, basta una firma con NOME E COGNOME e il tuo indirizzo EMAIL, che comunque NON SARà VISIBILE pubblicamente.
Salviamo il gioiello di Quartu, salviamo il nuraghe Diana!
Contro fango e indifferenza!

Ajò!

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sabato 19 settembre 2009

Sardegna Romana: una fotografia realistica dello stato delle cose.


Poco tempo fa mi è capitato di leggere in internet una "fotografia", giusta ed impietosa, dello stato attuale dei beni archeologici della civiltà Romana presenti in Sardegna.
Ho voluto pubblicare tale reportage sul blog perchè non può che renderci tutti più coscienti di come vengano visti i nostri beni archeo-turistici "da fuori", per noi che siamo così assuefatti ed abituati a vederli (ma sopratutto a veder gli scempi che si continuano a perpetrare a nostro danno).

Spero gradiate, e che magari lasciate un commento.

Di Caecilius Optatus: Nella costa meridionale della Sardegna sono visitabili siti archeologici (quasi tutti di originaria età punica), dei quali residuano però reperti quasi esclusivamente romani, se si escludono i resti dei tophet che, scoperti sul luogo, sono tati trasportati al Museo di Cagliari, o in parte riprodotti in piccoli musei locali.

E' il caso di Nora, su di un promontorio, di cui rimangono resti di mosaici, un teatro romano di età augustea/adrianea molto piccolo del quale è conservata la cavea, al momento non accessibile.

Le spoliazioni subite dall'abitato lo hanno reso scarno, per cui la gradevolezza del sito dipende soprattutto dall'essere collocato su di un promontorio dal quale si può agevolmente raggiungere lo splendido mare circostante.
A Pula da vedere il piccolo Museo Comunale.

Molto più suggestivo è il tempio di Antas, collocato nell'interno, 10 km sopra Iglesias, poco distante da Fluminimaggiore.
In una cornice naturale realmente splendida, ricca di verde, è collocato in imponente solitudine un tempio di età romana (augustea), restaurato da Caracalla (si conserva parte dell'iscrizione), dedicato a Sardus Pater Babai.
E' un luogo di culto frequentato sin dal IX sec. a. C, sul quale i punici eressero un tempio che poi i Romani modificarono; la divinità era appunto il Sardus Pater, in origine Babai, quindi aveva una funzione di aggregazione per l'isola.
Il luogo fu scoperto dagli archeologi a fine '800 e sottoposto a restauro che lo ha riportato in discrete condizioni.

Vale il viaggio; si possono anche visitare le cave di pietra adoperate dai Romani per tagliare i blocchi di pietra ed i resti di un villaggio di età nuragica, abitato fino al IV secolo d.C..

Cagliari, antica Karales/Karalis, conserva sparsi i resti dell'età imperiale, quando fu la residenza del governatore (proconsole o procuratore, a seconda del controllo senatorio o imperiale).
In città - anzi nel porto - era distaccata un'unità della Classis Praetoria Misenensis e sono emerse diverse iscrizioni funerarie di classiarii.
Merita una visita il centro storico (Castello), dove sono visibili torre difensive pisane del XIII secolo, ben conservate.
L'anfiteatro è stato oggetto di un restauro molto criticato ed è assai deludente, essendo tutto ricoperto da gradinate moderne, che hanno oscurato quelle originarie scavate nella roccia.

Merita una visita la splendida basilica di San Saturnino, del VI secolo, la più antica della Sardegna, situata in una zona di necropoli, scavata, e percorribile.
Peccato che sia visitabile solo il martedì e il venerdì, dalle 9 alle 13.00

Il Museo Archeologico è la croce e la delizia degli appassionati di archeologia, poichè raccoglie i pezzi più importanti ritrovati non solo in città, di età punica e romana.
La tragedia vera sono le condizioni in cui è gestito il complesso, che sembrano essere quelle degli anni '60.
A parte la gentilezza del personale, caratteristica veramente commovente riscontrabile in tutte le persone, sia in città sia nei luoghi di mare, le strutture - tutte rigorosamente con evidenziazioni stringatissime solo in italiano - necessitano di una ricollocazione che ne valorizzi l'importanza.
Per restare all'età romana, il Museo conserva tre diplomata di auxilia e di classiarii dell'età di Nerva e di Adriano, nascosti in teche di vetro assieme ad altri oggetti e per niente leggibili (le dimensioni sono di 12 x 10 circa cm.).
Manca un evidenziatore che riporti il testo, manca anche un'indicazione specifica dei diplomi, oggetto di studi da parte di Le Bohec, giusto per citarne uno.

Le più importanti iscrizioni rinvenute sono appoggiate tutte assieme, senza precisazioni circa l'età o il testo; alcune relative a militari, oggetto anch'esse di studi specifici, giacciono antistanti l'ingresso per terra, anche di lato, tanto che all'inizio pensavo fossero dei calchi messi apposta !

Si tratta di stele funerarie importanti per lo studio dell'esercito in Sardegna, poichè da esse si ricavano alcuni dei nomi dei reparti di auxilia operanti in loco tra il I e il III sec. d. C. : uno ad esempio consente di risalire ad una Cohors Aquitanorum mai altrove menzionata.
Di questo testo della fine del I sec. d. C. stupisce la semplicità del latino adoperato per ricordare Rufus Valentinus, Fabusi f(ilius), morto a 30 anni dopo 11 di stipendia, ricordato dal fratello Spedius (foto 3).

Un'altra iscrizione dedicatoria, mutila, ricorda un tale Caecilius Metellus, M(arci) f(ilius), proconsul, il quale aveva restaurato ambulationes (siamo in età tiberiana; il proconsole apparteneva ancora alla gloriosa famiglia dei Caecilii Metelli).

Tra gli altri reperti, oltre a tophet integri riportati alla luce e ricostruiti, spicca una bella statua loricata di grandezza poco più che naturale di Druso Minore, figlio di Tiberio, pressochè intatta, ritrovata nel foro di Sulcis, attuale S. Antioco, da cui provengono anche le teste di Tiberio e Claudio.

Il bookshop del museo è scadente, ma non si poteva sperare di meglio data la qualità della gestione.
Inutile dire che merita comunque una visita (se possibile non all'una del pomeriggio, sotto un caldo africano di 36°, poichè si trova sulla sommità di Castello, posizionato su di una collina
).

mercoledì 8 aprile 2009

I siti archeologici del comune di Quartu S. Elena

Il comune di Quartu, oltre ad una interessantissima storia secolare, annovera rilevanti presenze archeologiche sul suo territorio. Una villa Romana, diversi Nuraghi (38 ad essere più precisi), altre strutture minori non meglio identificabili, villaggi di antichissima origine, alcune necropoli semisconosciute, una tomba dei Giganti, torri costiere (6) e numerose chiese rinomate (o meno) disperse nella campagna anche se troppo spesso abbandonate, in stato di rudere. Sembrerebbe un menù abbastanza ricco per un territorio che ovviamente, non può solo vivere di turismo balneare (oltretutto sempre più minacciato dall'erosione costiera) con le spiagge che vengono portate via giorno dopo giorno, anno dopo anno per colpa della sconsideratezza umana (la cosiddetta "Baia Blu" di Is Mortorius e lo stesso "Poetto" sono l'emblema del disastro ambientale che sta accadendo da diverso tempo). La peculiarità del territorio Quartese è appunto quella di unire mare e "montagna" come pochi comuni possono fare. Legate al mare sono le stesse strutture archeologiche praticamente sulla costa (se non addirittura per metà sommerse!). Alla ricchezza del territorio (oltretutto depauperato da millenni di continui smantellamenti ad opera dei "nuovi venuti", ma soprattutto per colpa dell'urbanizzazione selvaggia dell'ultimo trentennio) si associa il totale menefreghismo delle istituzioni, che non riescono ad andare oltre le vuote, ripetitive parole, promettendo valorizzazione e lavoro per tutti. Questo è il caso della villa romana, da sempre simbolo del disastro che avanza alla velocità della marea. Ogni giorno che passa è un coccio che se ne va, un pezzo di muro che viene levigato e disintegrato dalle onde. Che fine hanno fatto le promesse di riqualifica del sito? A distanza di un anno (ma siamo sicuri ne passeranno molti di più) la situazione è totalmente invariata. il mare continua a mangiarsi le mura, le onde continuano ad infrangersi sui pavimenti un tempo sicuramente bellissimi, l'obbrobriosa villetta estiva di qualche assessorucolo rimane ancora abbarbicata sulle vestigia dell'antichissima costruzione. Altro simbolo di questo malcostume è lo stesso Nuraghe Diana. Simbolo per l'eccellenza dei nuraghi Quartesi, risulta ancora una volta fermo, immobile, senza più mani volenterose disposte a pulirne i passaggi, a scoprirne i segreti. Purtroppo il problema dei siti archeologici di Quartu è proprio questo, la loro vicinanza alla maggiore città della Sardegna ne ha decretato il triste destino. Le bellissime pietre di superbo granito, infatti, sono state utilizzate per lastricare Cagliari...città che da sempre inghiotte tutto quello che le sta intorno; dai tronchi di ginepro che mantenevano le dune del poetto (usati come architravi nelle case di castello), alla sabbia per fare cemento (soprattutto nel secondo dopoguerra) sino alle pietre dei Nuraghi per fare le strade, le mura....tutto ciò che occorreva insomma. Non è difficile pensare quindi, che là dove adesso vi è una collina con qualche villetta prima potesse esserci un sito archeologico, sicuramente un Nuraghe, più spesso in qualche campo anonimo una necropoli, o uno dei tanti "rinvenimenti superficiali" che molto ci avrebbero potuto dire, se solo non fossero stati spazzati via dall'avanzare delle ruspe. Destino non meno triste è stato riservato a quei bellissimi monumenti d'un era antichissima, in cui le popolazioni dell'Europa erano sicuramente più strettamente legate che adesso. Mi riferisco ai Menhir, come quello di "sa perda bona", o la sua versione più piccola in un'anonima via di Flumini ormai scomparsa dalla memoria, annichilita del cemento e dall'asfalto, che tutto nasconde e tutto trasforma... * nella foto: il nuraghe Biancu in località Anghelu Nieddu, versante Nord